Il Paese dei Balocchi

Paese dei Balocchi

Forse non vi ho mai raccontato di quella volta che sono stato nel paese dei balocchi, è un paese strano dove succedono cose strane, a volte magiche.

Mi ricordo che appena arrivato mi misi a cercare casa, non fu facile, anche perché cercavo una casa che mi piacesse e che fosse abbastanza grande per avere spazio per tutte le mie passioni.

Avevo quasi perso la speranza quando trovai un attico in posizione centrale ad un prezzo stracciato, quasi non credevo alla mia fortuna. Nonostante il prezzo da svendita dovetti comunque prendere un mutuo. Ma si sa come vanno queste cose, preso dalla frenesia e dalla routine di tutti i giorni mi dimenticai di pagare le rate.

Dopo qualche anno realizzai che non stavo pagando la casa, preso dal terrore di essere cacciato fuori dalla banca per il recupero del credito corsi subito alla filiale più vicina e, non ci crederete, mi dissero che la casa era già pagata. Avete capito bene, pagata fino all’ultimo centesimo, molto probabilmente dovevo soffrire di qualche patologia che mi faceva dimenticare dei pagamenti fatti, tipo sonnambulo pagatore di mutui.

Tutto ciò era bizzarro ma comunque accettabile, anche perché se avessi acclarato che qualcuno aveva pagato la casa a mia insaputa mi sarei arrabbiato molto e avrei anche potuto fare qualche sciocchezza, tipo denunciarlo alle autorità per pagamento non richiesto, un uomo deve essere padrone di pagarsi casa senza che questo diritto gli venga sottratto.

Per un po’ le cose andarono alla grande, la casa era stupenda, davamo feste, organizzavamo cene con gli amici, sulla terrazza avevamo fatto costruire una sauna dove rilassarci, insomma incominciavo a capire perché si chiamava Paese dei Balocchi.

Ma si sa, anche i fiori più belli prima o poi appassiscono, e anche la casa iniziò a sembrarci vecchia, così con la mia compagna iniziammo a pensare di fare qualche lavoro di ristrutturazione, buttare giù una parete qua tinteggiare con colori sgargianti la, insomma avevamo bisogno di aria nuova.

Ne parlai con qualche amico per avere dei consigli e farmi suggerire un’impresa affidabile e a buon prezzo a cui far fare i lavori. Avevo quasi scelto a chi rivolgermi quando una mattina, appena alzato, trovai dei muratori sulla terrazza che stavano lavorando come dei matti, e non c’erano solo muratori ma anche carpentieri e un architetto che dirigeva i lavori.

Essendo d’indole timida e poco incline a disturbare chi lavora non li disturbai, anche perché mi sembrava che stessero facendo un buon lavoro. A colazione ne parlai con la mia compagna e anche lei era alquanto sorpresa, forse nel Paese dei balocchi succedevano di questa cose, un po’ come nella favola dei Folletti e il calzolaio, dove i folletti di notte costruiscono le scarpe per il vecchio calzolaio in modo da aiutarlo.

Doveva essere proprio così, quelli che mi stavano facendo i lavori in casa erano dei folletti che ci apparivano in forma di muratori per non spaventarci. Apprezzavo anche la delicatezza che avevano nel lavorare di giorno, se me li fossi trovati di fronte di notte avrebbe potuto prendermi un colpo.

Dopo qualche settimana, così come erano arrivati i folletti se ne andarono, avevano fatto un lavoro splendido. Sulla terrazza adesso c’era una piccola spa, con tanto di idromassaggio, piccola piscina con acqua salata, sauna e cromoterapia. Anche dentro la casa era stata completamente ristrutturata, era come se i folletti ci avessero letto nella mente realizzando i nostri desideri.

Insomma la vita nel paese dei balocchi era una continua sorpresa, bastava desiderare una cosa perché questa si realizzasse. E successe così anche per per la Laurea. Un giorno ricevetti una telefonata e l’interlocutore si rivolse a me con l’appellativo di Dottore, io gli dissi che doveva esserci un errore, dottore io? Ma per favore, avevo giusto finito le superiori a calci nel culo, figurarsi se avevo buttato via del tempo per una laurea. Anche se devo dire che per un po’ di tempo avevo pensato di andare a studiare negli Stati Uniti ma poi il sacrificio che mi era richiesto dalla politica mi aveva fatto desistere.

Come, non ve l’ho detto? Sono un politico, qui nel Paese dei balocchi per noi la vita è splendida, anche ad altri miei colleghi sono successe cose incredibili e non solo a loro ma anche ai loro parenti e amici.

Naturalmente non tutto è rose e fiori, anche qui ci sono persone dall’animo gretto e invidioso che non sopportano chi sta meglio di loro e mettono in dubbio la nostra onestà, invece di essere felici che esistano ancora i folletti e le favole.

Il Paese dei Balocchi

Tesoro ci rapiscono i ragazzi

Ormai è pratica diffusa non leggere più le notizie, ma limitarsi al titolo e alle prime due o tre righe dell’articolo, che leggere è fatica, ci vuole tempo e poi bisogna anche capire il senso del discorso.

Di questa nuova moda ne hanno subito approfittato gli italici titolisti che continuano a fare titoli sensazionalistici solo per attirare traffico o far vendere giornali, puntando molte volte sull’effetto indignazione del popolo italico, forti del fatto che tanto alla fine l’articolo non lo leggerà nessuno.

E poi anche se qualcuno lo leggerà si limiterà alle prima dieci, venti righe, mica arriverà fino alla fine. Questo devono aver pensato gli amici del Tirreno con questo esemplare articolo:

Paura per il figlio al supermercato

Partiamo dal titolo:

Paura per il figlio al supermercato Coop, allarme tra le mamme. Indagano i carabinieri

Con un titolo così come fai a non condividere la notizia, quando ci sono di mezzo i bimbi non si guarda in faccia a nessuno, passando al sommario la cosa si fa ancora più preoccupante

La frase di una sconosciuta tra le corsie del negozio: “Bello questo bambino. È da vendere” mette in allarme la madre e attraverso i social scatena il panico tra i genitori di tutta la provincia. I carabinieri aprono un’indagine.

Allora la cosa è seria, una sconosciuta che si aggira per le corsie del negozio lanciando velate minacce alle povere mamme, ma non può essere solo questo ad avere scatenato il panico, sicuramente l’articolo lo spiegherà con dovizia di particolari

PRATO. Allarme al supermercato Coop di Montemurlo. La notizia di due nomadi, supportati da altri due che attendevano in auto, e che avrebbero tentato di prendere un bambino alla madre sta facendo il giro dell’area metropolitana. Messaggi su Facebook, post audio su whatsapp nei gruppi delle mamme di ogni ordine e grado, un tam tam che non ha risparmiato nessuno. A suon di telefonate e di allarmi. Del resto la posta in gioco è seria e antica: il pericolo che vengano “rubati” i bambini.

Cazzarola, adesso è tutto chiaro, sono stati i nomadi, a questo punto l’italico genitore mette mano all’account di Facebook e lancia l’allarme, tutti devono sapere che questi vengono a rapirci i figlioli. E così in un attimo sono tutti a cavallo delle ruspe paventate dal politicante in felpa che ha un programma politico che prende a malapena mezza pagina di quadernone, se scritto una riga sì e una no.

Se però l’italico genitore si fosse preso la briga di leggere l’articolo per intero avrebbe letto che

In base a quanto riferiscono i carabinieri però l’episodio non sarebbe della gravità descritta sui post. La mamma del bambino è già stata sentita e, sempre in base a quanto riferiscono le forze dell’ordine, avrebbe riferito agli inquirenti di una donna ben vestita e con l’accento straniero che le si sarebbe avvicinata mentre era al parcheggio e rivolgendosi al piccolo, seduto sul carrello, le avrebbe detto: “Che bel bambino. E’ da vendere”. Una frase che ha creato disagio nella donna che poi avrebbe riportato quanto accaduto nel suo giro di conoscenze. I carabinieri, precisano, che non sono intervenuti nell’immediatezza del fatto perché nessuno ha chiamato il 112

E certo che nessuno ha chiamato il 112, visto che non era successa un’emerita sega, scusate il linguaggio da trivio, ma ogni tanto m’avvampa il Pisano sopito sotto la cenere.

Intanto sarebbe da chiedere come mai nell’articolo si menzionano le corsie del supermercato quando tutto si sarebbe svolto nel parcheggio, ma ancora più importante sarebbe chiedere al fulgido imbrattacarte, detto anche giornalista, come mai non ha iniziato l’articolo dicendo che non era successo una mazza invece di parlare di quattro nomadi che avrebbero tentato di rapire un bambino.

A voler pensare male direi che si è voluto far leva sullo strisciante razzismo circolante e sul luogo comune che gli Zingheri, la mi’ nonna li chiamava così, rapiscono i bimbetti. Questa è una leggenda metropolitana molto in voga, che si raccontava anche quando ero piccino io e che ti rimane nelle viscere causandoti quel senso di angoscia quando per un attimo perdi di vista uno de’ tu figlioli dentro al supermercato.

Poco importa che in Italia e in Europa non ci siano notizie certe di rapimenti di bambini da parte di nomadi. Ma si sa, la verità di questi tempi è merce che non ha valore.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema in modo serio riporto un interessante articolo dell’internazionale:

I ROM rubano i bambini e altri stereotipi

Tesoro ci rapiscono i ragazzi

Come faccio a spiegarlo a mio figlio?

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Finalmente anche noi abbiamo avuto la nostra legge sulle unioni civili, non che sia la migliore delle leggi possibili, ma visto che siamo in un paese in cui metà dei nostri politici sono ostaggi di tizi che c’hanno messo quasi quattrocento anni a dare ragione a Galileo, c’è poco sa stupirsi.

Su questa legge sì è già detto di tutto e di più, perciò non voglio stare qui a discuterne, non posso però fare a meno di pensare alle varie argomentazioni addotte dai detrattori che, in alcuni casi, mi sembrano a dir poco naif.

Fra tutte, quella che mi ha colpito di più è stata “Ma se due uomini/donne si baciano per strada come faccio a spiegarlo a mio figlio/a”, e variazioni sul tema con cui la mirabolante obiezione è venuta fuori.

Dopo averci riflettuto e ragionato un bel po’, perché certe questioni spinose vanno vagliate per bene, ho deciso di dare una mano a questi poveri genitori afflitti da un problema così grave.

Dico genitori perché di sicuro il problema non è nei figli, io ce ne ho due e so bene quello che dico, inoltre ho anche un maschio e una femmina perciò mi sono esercitato con entrambi i sessi. Dopo anni di comunicazione intensiva con loro posso dire, a ragion veduta, che se non si riesce a spiegare qualcosa ai propri figli al 99,99 percento la colpa è nostra, volevo perciò spiegare a quei poveretti che non ci riescono come fare. Il mio è un manualetto per dummies in tre semplici punti:

1 Leggete ai vostri figli

Fin dalla tenera età leggete ai vostri figli, loro sono degli ascoltatori avidi e, anche se vi sembra che non capiscano, vi assicuro che assimilano ogni singola parola arricchendo il loro vocabolario. Forse qualcuno può riuscire a non cogliere il nesso ma c’è, fidatevi.

2 Parlate ai vostri figli

Questo punto discende dal punto uno. Sempre fin dalla tenera età dovete parlare con i vostri figli, e dovete rispondere alle loro domande come se fossero in grado di capire, perché, vi svelerò un segreto, loro capiscono davvero. Perciò evitate frasi del tipo “la non ci puoi andare perché c’è il bubbo nero”, “non toccarlo è cacca” ecc. Perché loro vi prendono sul serio, quando vi fanno una domanda non è per perdere tempo ma perché hanno l’urgenza di conoscere il mondo che li circonda e si fidano di voi, che siete la loro wikipedia personale in cui sono convinti di trovare tutte le risposte.

3 I bambini hanno processi mentali semplici

Fino all’inizio dell’adolescenza i bimbi utilizzano la loro logica lineare per decodificare il mondo, per questo a volte ci fanno domande che le nostre sovrastrutture seghementalistiche fanno fatica a comprendere e ancora più fatica a rispondere. Cercate quindi di rispondere sempre con la stessa linearità, senza inventarvi strane storie o fare ricorso a esseri sovrannaturali.

Perciò quando un bambino vi chiede “Babbo/Papà/Mamma perché quei due signori/signore si baciano” lo chiede solo perché viviamo in un paese retrogrado dove l’omosessualità si nasconde come una vergogna e non è abituato a vederlo. In questo caso l’unica risposta possibile, semplice, lineare è la verità.

“Perché si amano”

Questa risposta non trasformerà vostro figlio in un drogato, non provocherà la fine della società, non distruggerà la “Famiglia tradizionale”, non porterà gli uomini ad accoppiarsi con gli animali e non causerà un nuovo diluvio universale. Ma se non siete in grado di capirlo allora il problema non ce l’hanno i vostri figli, ce l’avete voi.

Come faccio a spiegarlo a mio figlio?

La mia compagna è diversa

uomo_donna

Fin dalla notte dei tempi uomini e donne si sono sempre divisi i compiti, nella preistoria ad esempio l’uomo era cacciatore e la donna raccoglitrice, questo non vuol dire che l’uomo facesse un mestiere più importante della donna, anzi, le donne erano venerate in quanto in grado di dare la vita.

Effettivamente mettendomi nei panni di un uomo preistorico anche io avrei pensato a qualcosa di magico o di divino, mi immagino la scena: espletate le pratiche dell’accoppiamento, che al tempo non dovevano neanche includere i preliminari essendo questi un invenzione recente, la pancia della donna iniziava a crescere e dopo nove mesi ne usciva un bambino bell’e pronto.

Immaginatevi lo stupore, la donna riusciva a montarlo senza neanche usare le mani, era capace di attaccargli le braccia, la testa, mettere tutte le cose al posto giusto mentre lui le stava dentro alla pancia. Oggi abbiamo l’ikea con i foglietti per le istruzioni di montaggio, ma a quei tempi non esisteva il concetto di istruzioni o kit di montaggio. Perciò gli uomini preistorici dovevano dividersi in due grosse scuole di pensiero: quelli che sostenevano che le donne fossero esseri magici in grado di montare cose dentro la pancia e quelli che pensavano che il bimbo nella pancia ce lo mettesse qualcun’altro, quest’ultima corrente deve aver preso alla fine il sopravvento portando alla credenza che i bimbi fossero portati dalle cicogne, privando così le donne del loro ruolo magico e relegandole a servitrici del maschio dominante.

Fortunatamente poi è arrivata la scienza a spiegarci che esistono gli spermatozoi, gli ovuli e tutto il resto. Ma la scienza e il progresso hanno fatto ben altro, hanno permesso alle donne di riprendersi quel ruolo di parità, usurpato dalle cicogne, che gli spettava. Tutto ciò non è che sia stato preso molto bene da una parte dei maschi, abituati ad avere il controllo da tempi in cui a stabilire chi avesse ragione era solo la forza pura e non il ragionamento.

Insomma, oggi, per fortuna, le donne fanno tutti i lavori che per anni sono stati a pannaggio degli uomini e ahimè spesso li fanno anche meglio.

Personalmente, devo dire, la cosa non mi disturba, essendo nato e cresciuto in una famiglia dove questo principio era applicato e rispettato, dove la frase “chiedilo alla tu’ mamma” spesso pronunciata dal mio babbo, mi faceva intuire dove risiedesse il centro del potere.

E così per me è sempre stato un fatto normale e naturale, come l’alternanza fra il giorno e la notte, che la donna fosse pari all’uomo. Per questo il fatto che la mia compagna guadagni più di me non mi disturba, così come non mi disturba che faccia un lavoro più fico del mio o che conosca le lingue straniere meglio di me.

Però, perché c’è sempre un però anche nelle fiabe più belle, c’è una cosa che sminuisce il mio ruolo di maschio, la mia virilità, una cosa che da millenni è sempre stato il vero, unico vantaggio dell’uomo sulla donna, no cari amici non sto parlando della forza bruta, ma di una cosa ben più importante, uno dei pilastri della nostra organizzazione di società civile e cioè la velocità nel fare la pipì.

Non date retta a tutte le pippe sulla famiglia naturale, sul fatto che una famiglia per essere tale deve avere la figura del padre e della madre, che deve essere unita in matrimonio indissolubile che solo la morte può sciogliere, no! Il vero pilastro della società è la famiglia in cui il maschio fa prima della donna a fare la pipì.

Pensate a cosa potrebbe succedere se, un venerdì d’estate, in un qualsiasi autogrill della nostra rete autostradale intasata fino all’inverosimile, durante una sosta rinfrescante, arrivaste in bagno e trovaste la fila degli uomini più lunga di quella delle donne, sarebbe la fine della società civile così come la conosciamo.

L’unico punto fermo, da millenni, che nessuna delle evoluzioni siano esse scientifiche, antropologiche, di costume o di qualsiasi altro campo è mai riuscito a modificare è l’innata superiorità dell’uomo nel fare la pipì più velocemente della donna e questo è l’unico vero spartiacque fra i due sessi.

Potete perciò immaginarvi la mia sorpresa e il mio sgomento quando per la prima volta Elena fu più svelta di me a fare la pipì, eravamo al cinema ed andammo in bagno nello stesso momento. Quando uscì lo feci con quel senso di bonaria superiorità del maschio che ama la sua compagna e si appresta ad aspettarla, ma con mia grande sorpresa era lei che stava aspettando me. Lì per lì pensai che non avesse fatto la pipì, che fosse successo qualcosa, magari il bagno era chiuso o troppo sporco, invece lei, candidamente, mi confermò che aveva già fatto tutto, lavaggio di mani compreso, e stava aspettando me. Feci finta di niente, non mostrai il mio turbamento e la mia inquietudine, sul momento attribuì l’incidenti al mio innato perder tempo, al fatto che avevo i jeans con i bottoni, che l’erogatore del sapone non funzionava bene, ma il tarlo del dubbio si era insinuato dentro di me.

Da allora ho fatto diversi esperimenti, sempre con lo stesso identico risultato, a parità di condizioni iniziali non c’è niente da fare, la trovo sempre fuori ad aspettarmi. Per fortuna, il 99% delle donne impiega più tempo degli uomini a fare la pipì creando le famose file e questo mi consente di salvare le apparenze. Ma quando i bagni sono liberi io so già che la troverò lì fuori a ricordarmi che l’unico baluardo, l’unico vantaggio genetico che fino a ieri mi poneva davanti a lei non esiste più.

La mia compagna è diversa

Muse Drones Tour

Muse Drones tour 2016 FilaforumThe Handler Drones tour 2016 Filaforum

Chi mi conosce sa del mio amore viscerale per la musica, un amore antico che affonda le sue radici nella mia infanzia, nelle musicassette che il mio babbo metteva sul 128: il mangianastri era l’unico lusso su quella macchina fatta di spessa lamiera e interni minimali come quelli di una Trabant in piena guerra fredda. Nonostante i viaggi lunghi e scomodi, privi di ogni apparato che garantisse la nostra incolumità, oppressi dal caldo soffocante d’estate e dal freddo, a malapena attenuato dal riscaldamento odorante di motore, d’inverno, la musica mi proiettava in un mondo fantastico che faceva scomparire ogni disagio.

Bellamy Drones tour 2016 Filaforum

Da allora quell’amore è cresciuto, senza mai fermarsi, arricchendosi di esperienze, passando attraverso il rock, il punk, il metal, i concerti fatti di ore di attesa, in piedi, sotto il sole o la pioggia, dentro ai palazzetti, nei teatri, macinando centinaia di chilometri, tutto per provare quel brivido, quell’emozione, quell’immersione totale nella musica.
Per sentire sulla pelle il basso e la cassa, vibrando di musica, lasciando che ti entri dentro, perché un concerto non lo ascolti ma lo vivi, lo respiri, lo tocchi e ogni volta è un miracolo che si ripete.

Muse Drones tour 2016 FilaforumMuse Drones tour 2016 Filaforum

E così è stato anche l’altra sera al Forum, dove per due ore i Muse ci hanno portati in un mondo fatto di passione, intensità, violenza e dolcezza, uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie che ha contratto il tempo facendolo volare sulle note della loro musica. Lasciandomi dentro quella fame che si sazia solo per qualche ora e si rinnova sempre in attesa del prossimo concerto di cui nutrirsi

Muse Drones Tour

Leggere

Non posso fare a meno di chiedermi se gli scrittori, quelli famosi intendo, abbiano la stessa pulsione a leggere pari a quella che li spinge a scrivere. Quel sacro fuoco che ti divora e non ti consente di stare tranquillo finché non sei arrivato alla fine della pagina, del capitolo, del libro.

Io a volte m’immergo così tanto nella lettura che come d’incanto non esiste più nulla, tutto svanisce, siamo solo io e il libro, diventa una questione personale fra me e lui, fra i segreti che ancora nasconde tra le pagine e la mia determinazione a scovarli tutti.
Di solito vince lui, io non posso fare a meno di arrendermi alle sue pagine, di lasciarmi trascinare via, leggendo fino allo sfinimento.

Credo che sia una malattia, ce l’aveva il mio babbo e io l’ho passata a mio figlio, deve essere un qualche tipo di virus che si attacca alla fantasia e la rende famelica, insaziabile, sempre bisognosa di nuovo nutrimento, un nutrimento che passa attraverso le parole che si rincorrono sulle pagine e attivano l’immaginazione, la costruzione di mondi fantastici che sopravvivono alla parola fine.

E’ come avere un film proiettato dietro agli occhi, il tuo film, un film che personalizzi in base ai tuoi gusti, ai tuoi sogni e alle tue esperienze, un film che solo tu puoi vedere, sapendo che anche se qualcuno seguirà la stessa trama il film sarà comunque diverso.

Leggere

Siamo avanti, forse…

Qui a Monaco c’hanno il Wi-Fi gratis nell’aeroporto, perciò posso approfittarne per scrivere e pubblicare post. Da questo punto di vista sono avanti, senza dubbio sono avanti anche in tante altre cose.

Non negli affettati però, i nostri affettati hanno un colorino invitante, che ti dice, mangiami, mangiami, mangiami. Gli affettati tedeschi, invece, hanno quel colore pallido che sa d’andato a male, oppure colori fosforescenti che sanno di radioattivo, ogni volta che li vedo mi viene da domandarmi cosa si sono fumati i maiali con cui li hanno fatti.

Ma sto divagando, non volevo parlare di questo, ma dell’iscrizione dei figlioli a scuola. Ebbene sì, quest’anno Lorenzo, il mio primogenito, frequenterà le medie, questo significa due cose:

1) Lui sta crescendo
2) Io sto invecchiando

Ma la vera novità è che a partire da quest’anno è possibile iscrivere i pargoli dall’internette. Quando ce l’hanno detto alla riunione sono quasi cascato dalla seggiola, anche perché si erano portati un portatile per illustrarci la cosa, ma la segretaria dell’ufficio studenti, dopo aver cercato per un po’ il mouse, si è dichiarata sconfitta, fortuna che il preside è stato capace di aprire PowerPoint e illustrarci tutto il procedimento.

Spiegato da loro sembrava la conquista più ardua dell’uomo dopo la discesa sulla luna, in realtà tutta la procedura consiste nel registrarsi, inserire il codice della scuola a cui si vuole iscrivere il pargolo e inviare la domanda.

Insomma, come dicevo all’inizio sono a Monaco e ieri ero in un ufficetto con due colleghi tedeschi, e ci si prospettava davanti una lunga notte, quando vengo a sapere che a scuola una circolare ha segnalato Lorenzo come fra i non ancora iscritti. Come è possibile, io l’ho iscritto, gli ho anche mandato una mail con il pdf di riepilogo della domanda per fargli vedere com’è bravo il babbo.

Mi collego infuriato al sito delle iscrizioni scolastiche, pronto a scatenare l’inferno contro le pubbliche istituzioni, e scopro che avevo si immesso la domanda ma non l’avevo inviata, per un attimo mi sento come la segretaria dell’ufficio studenti, invio la domanda e guardo i colleghi teutonici con lo sguardo di un padre amorevole, soddisfatto e orgoglioso.

Vi dico subito di non provarci mai a fare lo sguardo amorevolesoddisfattoorgoglioso, ci vogliono anni di allenamento. La magnum di Zoolander è un giacchettata a confronto, se fatto male porta ad una paresi delle narici del naso che rimangono dilatate a vita. Non avrete mai più bisogno dei cerottini per respirare, ma se andate in vespa vi entrerà di tutto nel naso.

Insomma sono lì gongolante, con i miei colleghi che mi guardano pensando al solito italiano che trova tutte le scuse pur di non lavorare. Allora gli spiego la geniale mossa del nostro ministero della pubblica istruzione, concludendo che lo so che è una piccola cosa e da loro sarà così da anni, ma per noi è una conquista epocale.

Invece, con mia somma sorpresa, mi dicono che da loro ancora si fanno le file allo sportello, per un’attimo ho la visione di Matteino che torreggia su Angelona, ma l’immagine uccide immediatamente l’innegabile sensazione di trionfo e mi rimetto a lavorare.

Però il senso di soddisfazione, piccolo, che una volta tanto siamo avanti rispetto agli organizzatissimi teutonici, mi accompagna per il resto della giornata.

P.S. Naturalmente l’iscrizione per il pulmino va fatta in comune, e lì ci devi andare, perché farlo tutto online era troppo bello e pure troppo comodo.

Siamo avanti, forse…

Finché la barca va

Come già detto in un precedente post, sono stato a teatro a vedere Migone, ad un certo punto dello spettacolo il buon Paolo ha citato Orietta Berti in merito alla sua hit più famosa, che tutti sicuramente conosco, e di cui vado a riportare uno stralcio

Finché la barca va, lasciala andare, finché la barca va, tu non remare, finché la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà.

E lì mi si è accesa la lampadina, io ho sempre pensato che fosse solo una stupida canzonetta d’amore e invece è un inno all’italico degrado, un mantra della decadenza, un incitamento all’autodistruzione.

Non fa altro che raccontare quello che abbiamo fatto negli ultimi quarant’anni, siamo rimasti immobili ad assistere alla barca che navigava in acque sicure, convinti che sarebbe andata avanti all’infinito senza bisogno di fare nulla, se non stare a guardare.

Però il mare non è stato a guardare, si è ingrossato, con il passare del tempo le onde si sono fatte sempre più alte e la barca ha iniziato prima a dondolare, e poi ad andare sotto. Allora ci siamo decisi a prendere dei secchi per provare a ributtare fuori l’acqua che entrava, solo che i nostri secchi erano bucati e la barca faticava sempre di più a tenere la rotta.

Adesso siamo qui, su questa barca mezza affondata, sperando che arrivi un capitano in grado di riportarla in acque sicure, perché a noi, nonostante tutto, finché la barca va ci piace starla a guardare.

Finché la barca va

Io Tony Green e il malefico sportello

Come mio solito quando devo fare qualcosa devo farla bene, non mi accontento, sono un esteta perfezionista, qualunque cosa voglia dire.

Perciò se devo accoppare qualcuno a sportellate non posso accontentarmi di un qualsiasi Agenore Cagnacci muratore in Pizzighettone, eh no!

Ma procediamo con ordine, era la settimana di Natale, e io da serio professionista stavo trascinando le ultime giornate lavorative prima delle meritate ferie.

Avevo testé parcheggiato la macchina a bordo strada, guardato nello specchietto e stavo per aprire lo sportello quando mi sono reso conto di non avere preso il cellulare dal portaoggetti.

Il mio errore è stato non riguardare nello specchietto prima di aprire davvero lo sportello, eppure me lo diceva sempre mia nonna: studia nini che testa n’hai, non so se c’entra ma ci stava bene. Insomma apro lo sportello e sento strachiò, un rumore come quando qualcuno che passa in bicicletta ti si schianta nel suddetto.

E infatti proprio quello era successo, uno che passava in bicicletta mi si era schiantato nello sportello capriolando per la terra. Quando mi sono reso conto di quello che era successo ho sentito il sangue gelarsi nelle vene, che poi è un modo di dire, mi si fosse davvero gelato il sangue probabilmente sarei morto.

Scendo dalla macchina per soccorrere il malcapitato, che si era messo a sedere e scuoteva la testa come un pugile che tenti di riprendersi da un ko, gli chiedo come sta, lui mi guarda e fa un uuuh, come se avesse appena fatto la cosa più divertente della sua vita.

Quando finalmente si rialza e propongo di chiamare l’ambulanza lui mi dice, con accento straniero, che non importa, non c’è bisogno, vuole solo raggiungere la sua fidanzata. Al che mi insospettisco un po’, magari ho quasi accoppato un pericoloso criminale o un fuggiasco ricercato dalle polizie di tutto il mondo.

Invece no, quello che ho quasi accoppato è Tony Green, di New Orleans, un pittore e musicista jazz di professione. L’unico motivo per cui non vuole che chiami l’ambulanza è che ha paura che lo facciano pagare come negli Stati Uniti.

Alla fine, dopo aver chiamato la sua fidanzata, che abita lì vicino, si lascia convincere a chiamare pure l’ambulanza. Fortunatamente, a parte una piccola abrasione sulla testa, Tony sta bene. Mi faccio dare il numero dalla sua ragazza perché lui di compilare il CID non vuole saperne.

Naturalmente sono talmente agitato che sbaglio a scrivere il numero, così quando il giorno dopo provo a telefonarle per accordarmi su quando andare a compilare il benedetto CID, un’allegra vocina mi dice che il numero è inesistente.

Un lieve senso di panico mi pervade, mi hanno dato un numero falso, lo sapevo, Tony non è il suo vero nome, dovevo immaginarmelo, di sicuro i suoi scagnozzi mi staranno cercando per eliminare un pericoloso testimone.

All’improvviso i miei neuroni si mettono in moto, vado su Google, digito Tony New Orleans Milano pittore e mi compare il suo sito, c’è anche il suo numero di cellulare provo a chiamarlo ma parte la segreteria telefonica. Di sicuro quella del pittore è una copertura, i sicari ormai avranno trovato il palazzo.

Sto per chiamare la polizia e chiedere protezione quando mi chiama la fidanzata di Tony, lui sta bene e sono pronti per compilare il CID. La sera stessa vado a casa loro, ho comunicato l’indirizzo alle forze dell’ordine, nel caso provino a farmi sparire, invece vengo accolto come un amico e ci facciamo pure un aperitivo a base di prosecco, formaggi e salame.

Mentre torno a casa non posso fare a meno di pensare che se avessi sportellato il muratore di Pizzighettone, invece di un’aperitivo avrei rimediato una denuncia.

Io Tony Green e il malefico sportello

Migone e gli italiani

Il 9 gennaio sono andato con la mia compagna a vedere il nuovo spettacolo di Migone: italiani, al Manzoni di Milano.

http://www.teatromanzoni.it/manzoni/it/spettacoli/italiani

Premetto che Migone è uno dei miei comici preferiti, di quelli che fanno davvero ridere ridicolizzando le cose di tutti i giorni, mettendo a nudo le nostre debolezze e i nostri comportamenti assurdi.

Mi ricordo ancora quando lo vidi la prima volta al pub dei Bagnetti a Livorno, c’era talmente tanta gente che non si riusciva quasi a respirare, già da allora si capiva che non era il solito comico scadente che ricicla battute sentite e risentite.

Si può perciò capire lo stato d’animo con cui mi sono recato al teatro, teatro esaurito per tutte e tre le date a cartellone, pronto a sganasciarmi dalle risate per l’ennesima volta. Devo dire che alla fine ridere ho riso, ma non come in passato.

Italiani segna un punto di rottura e lo si capisce dalla scomparsa dell’immancabile occhio nero e dello spolverino bianco, che da sempre lo hanno accompagnato. Per la prima volta Migone non racconta più le incomprensioni che dividono il mondo maschile da quello femminile, ma parla di noi italiani, dei nostri vizi, delle nostre virtù e di come siamo fatti.

Lo spettacolo però non riesce ad essere incisivo, sembra sempre sul punto di decollare ma non decolla mai. Non si riesce a cogliere un filo narrativo che leghi i vari pezzi. È come se gli mancasse il rodaggio, e forse proprio di quello ha bisogno, un rodaggio con il pubblico, un affinamento e una cesellature per allungare le parti che coinvolgono e fanno ridere e tagliare quelle un po’ più noiose.

Le potenzialità ci sono e sono convinto che un artista del calibro di Migone saprà farle fruttare.

Da segnalare un paio di bis che hanno fatto venire giù il teatro, incentrati però sul vecchio cavallo di battaglia del rapporto uomo, donna. Molto probabilmente si è accorto anche lui che l’occhio nero e lo spolverino andavano dismessi con un po’ più di preparazione.

Migone e gli italiani