La visita (la cameriera)

La visita (il risveglio)

Ero ancora immerso nei miei pensieri, concentrato sulla cornetta che non smetteva di vomitare la sua nenia ipnotica, quando una serie di piccoli colpi alla porta mi fece sussultare. La serie si ripeté ancora una volta, non riuscivo a capire che cosa fosse, non mi ricordavo perché ero li, cosa ci facevo, sapevo solamente che mi aspettava un lungo viaggio.

La voce che si materializzò al di là della porta mi riportò finalmente alla realtà: -Signore la colazione… – la massa dei ricordi invase ogni angolo del mio cervello, come se fosse stata richiamata da quella voce dolce e sottile. Immagini della sera prima, del giorno prima, della settimana prima, si affollavano senza soluzione di continuità, sovrapponendosi e confondendosi. La voce scaturì dal legno ancora una volta: -Signore, la colazione…- adesso alla dolcezza iniziale si era aggiunta una sfumatura di impazienza, la potevo sentire chiaramente, faceva capolino dalle consonanti messe in ordine e scandite con diligenza.

Era incredibile come riuscissi a percepire tutti quei particolari, potevo addirittura sentire il tamburellare nervoso delle sue dita sul carrello della colazione, il ritmo costante del suo respiro, il fastidio per dover stare ad aspettare li fuori. All’improvviso tutti quei particolari confluirono nello stesso punto, ed iniziarono a creare un immagine reale della persona che attendeva il mio permesso per entrare. Iniziò a formarsi dalle labbra, sottili ma ben disegnate, sensuali quanto bastava per risvegliare un desiderio maschile, labbra dolci che danzavano sotto un naso leggermente allargato al livello delle narici, gli occhi chiari, guizzanti, che continuavano a spostarsi dalla porta al carrello, all’orologio. I capelli neri raccolti dietro alla testa mettevano in risalto l’ovale perfetto del viso.

Per la terza volta la mano della cameriera si scontrò con il legno verniciato della porta: -Signore la colazione…- quasi urlato. Questa incursione della realtà disgregò completamente l’immagine che si stava formando, le labbra si piegarono verso il basso, gli occhi furono inghiottiti dal richiudersi della fronte sul mento e di quel volto gradevole rimase solamente un punto al centro della pagina bianca che si era aperta nella mia immaginazione.

Ma cosa mi stava succedendo? Non mi ero mai sentito così lontano dalla realtà, dovevo fare qualcosa, dare un segno, dimostrare che non ero uno spettro generato dagli incubi di chi era passato da quella stanza prima di me. Finalmente l’aria uscì dai miei polmoni e fece vibrare le corde vocali, quello che si materializzò appena fuori dalla bocca fu un lungo rantolo, che avrebbe dovuto essere la risposta alla voce che attendeva paziente. Nonostante tutto il mio segnale di vita riuscì ad attraversare la porta arrivando fino alla cameriera.

-Signore va tutto bene ? –
La voce adesso aveva perso la venatura di impazienza e la dolcezza iniziale aveva lasciato il posto ad un tono preoccupato.
– Signore mi sente? va tutto bene?…-

– Certo che va bene, va tutto bene, è solo che non so più se questa è la realtà o sto ancora dormendo e sono qui seduto su questo cazzo di letto senza avere la più pallida idea di come ci sono arrivato e di cosa stia facendo qui. So solamente che devo viaggiare, ma tutto il mio corpo si rifiuta di obbedirmi, nessuna delle sue parti fa più quello che le viene ordinato –

Questo è quello che il mio cervello mise insieme e trasmise attraverso le terminazioni nervose a diaframma, corde vocali e lingua, ma tutto quello che uscì dalla mia bocca fu uno striminzito – Si – si? Solo si, ma cosa sta succedendo? Mi sentite organi merdosi? Voi siete stati creati per obbedirmi, il meccanismo è semplice, il cervello lavora, pensa, crea le idee, le mette insieme, le raffina e quando sono pronte attiva i nervi, e voi dovete solo obbedire. Non è poi così difficile, chi vi da il diritto di fare di testa vostra? Come vi permettete di interpretare gli ordini del grande capo? Adesso voi completate la frase così come era stato deciso.

– Si va tutto bene..- no maledizione, no, non ci siamo.
– Signore, potrebbe aprirmi la porta? Le ho portato la colazione – adesso la preoccupazione era scomparsa, sopraffatta di nuovo dall’impazienza di chi non ha tempo da perdere con un coglione che non vuole saperne di aprire una porta.

– Entri pure – La porta si aprì con un leggero scatto e la cameriera spinse dentro il carrello con la colazione. Mi voltai quel tanto che bastava per osservarla ed accorgermi che non corrispondeva affatto all’idea che mi ero fatto di lei, era bassa e tarchiata, il viso paffuto incorniciava degli occhietti piccoli e sfuggenti. Un naso enorme terminava sopra una bocca sottile dalle labbra quasi inesistenti.

Spinse il carrello al centro della stanza, nonostante la corporatura massiccia si muoveva in modo veloce e con movimenti dolci e aggraziati, la guardavo versare il caffè nella tazza e sistemare i piatti sopra al vassoio. Le mani piccole e paffute terminavano in dita curate che danzavano nell’aria mentre portava a termine il suo lavoro, era come assistere ad uno gnomo che ti serve la colazione. Alla fine si voltò e scomparve oltre la porta. Io rimasi a fissare lo spazio fra il carrello e la parete, non ero affatto sicuro che qualcuno lo avesse spinto fin li e la cameriera non fosse che un frutto della mia immaginazione.

La sensazione di disagio che mi aveva assalito da quando mi ero svegliato era aumentata, non riuscivo più a capire quali delle cose che mi circondavano fossero reali. Dovevo sciacquarmi il viso, forse un po’ d’acqua fresca sarebbe servita a schiarirmi le idee.

continua…

La visita (la cameriera)

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