La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

– Lorenzooooo…. – un soffio di vento mi arrivò all’orecchio sussurrando il mio nome, – Lorenzooooo…. – ancora lo stesso sussurro, avevo paura di riaprire gli occhi, mi sentivo il corpo stranamente intorpidito e non avvertivo più nessun contatto. Non sentivo la superficie del pavimento, non sentivo la sensazione disgustosa del vomito sotto il mio addome, a dir la verità l’unica cosa che riuscivo a percepire attraverso i miei sensi era quel sussurro.

Dovevo aprire gli occhi, forse qualcuno era entrato nella stanza e mi aveva trovato li steso, dovevo dargli un segno di vita, fargli capire che non ero morto. Provai ad aprire gli occhi, ma ancora una volta le parti del mio corpo si rifiutarono di obbedirmi e rimasi immerso nel buio più totale. Un senso di disperazione e impotenza iniziò ad avvolgermi, avrei voluto mettermi a piangere, quand’era l’ultima volta che avevo pianto? Non riuscivo a ricordarlo, mi sembrava di non aver mai pianto davvero, qualche lacrima di circostanza ai funerali, ma niente di più.

Piangere era solo una perdita di tempo, e poi piangere per cosa? Per la scomparsa di un amico? Per le tragedie della vita? Indebolirsi nelle lacrime lasciandosi andare, perdendosi nell’autocommiserazione. Chi piange cerca solo il conforto degli altri è un debole che non riesce a superare gli ostacoli della vita, i vincenti, i forti, quelli come me non piangono non hanno bisogno delle lacrime. Per me piangere era sempre stato solo un esercizio pratico, una secrezione delle ghiandole lacrimali, un’arma per influenzare gli altri.

Da piccolo piangevo per ottenere quello che volevo o per impietosire i miei genitori quando rischiavo una punizione troppo severa. Piangere era facile, bastava concentrarsi e lasciare che le lacrime rigassero il volto. Mi divertivo a vedere il mutamento delle espressioni del viso che passavano dalla rabbia al senso di colpa: le rughe sulla fronte che si rilassavano, cambiavano la loro curvatura, le sopracciglia che si alzavano e gli occhi che si inumidivano, le mani pronte a impartire la giusta punizione che finivano per accarezzarmi la testa. Era uno spettacolo davvero spassoso. Naturalmente riuscivo ad esercitare il mio potere piangendo solo raramente, sapevo che se avessi pianto ogni volta alla fine le mie lacrime non avrebbero più impietosito nessuno.

Crescendo poi raffinai la mia arte riservandola esclusivamente alle ragazze che frequentavo, piangevo per portarle a letto, per evitare che mi lasciassero e per legarle ancora di più a me. Avevo scoperto in fretta l’effetto che le lacrime avevano sull’altro sesso, specialmente se queste uscivano dagli occhi di un uomo che sembrava una roccia. Le ragazze e le donne erano diventate il gioco della mia adolescenza prima, e della mia maturità poi. Mi piaceva cambiare spesso, passando da una relazione all’altra, senza il minimo scrupolo o il minimo riguardo per i loro sentimenti. Sapevo quali tasti toccare, cosa dire e come muovermi. Scommettevo con me stesso sul tempo che mi ci sarebbe voluto per portarmele a letto, di solito ci riuscivo alla prima sera e difficilmente superavo la seconda senza ottenere risultati.

Benché non avessi il minimo interesse per la persona che avevo accanto non accettavo di essere lasciato e per questo facevo sfoggio della mia arte: piangevo, riuscendo ogni volta a far leva sui loro sensi di colpa. Ma adesso, forse per la prima volta nella mia vita, sentivo la voglia di piangere davvero, senza nessun pubblico da impietosire o da far sentire in colpa. Avevo solo voglia di lasciarmi andare, affidando alle lacrime tutta l’angoscia, la paura e la disperazione che mi attanagliavano.

– Lorenzoooo… – ancora quel sussurro, dovevo riuscire ad aprire gli occhi, a vedere chi mi chiamava, solo dopo alcuni sforzi per spalancare le palpebre mi resi conto che gli occhi erano già aperti, solo che non vedevano altro che oscurità, un’oscurità così densa da sembrare quasi irreale. Forse ero svenuto e adesso era notte, ma anche se fosse stata notte non era possibile un buio del genere, almeno un raggio di luce doveva filtrare dalle finestre, qualcosa dovevo riuscire a vedere. Ma allora dove mi trovavo? Cosa mi era successo? Ero morto, ecco cosa mi era successo, quello che fino ad ora era solo un’ipotesi aveva preso forma ed era diventata realtà.

Ero morto in una schifosa stanza di albergo, steso sopra il mio stesso vomito, mi immaginavo già i titoli dei giornali, la mia immagine di uomo forte ne sarebbe uscita distrutta: “Lorenzo Strada trovato morto in una camera d’albergo. Il manager è stato trovato nudo e disteso sopra il suo stesso vomito”, ma in fondo che me ne fregava tanto ero morto.

Allora era questo l’inferno, era vera la storia della legge del contrappasso, ero stato così pieno di me in vita che adesso mi aspettava il niente, il vuoto assoluto. Il pensiero di dover passare l’eternità sospeso in quella non esistenza mi gelò le viscere, c’era di che impazzire, e forse era anche la mia unica via di fuga, una lucida follia che mi avrebbe sottratto alla mia pena.

– Lorenzoooo… – ancora quella voce, quella specie di sussurro, questa volta mi fece rabbrividire, – alzati Lorenzo, mettiti in piedi.. -d’istinto obbedì alla voce e provai ad alzarmi. Con mia grande sorpresa ogni parte del mio corpo obbedì agli ordini impartiti dal cervello e in un attimo mi ritrovai in piedi. Mi sentivo leggero e continuavo a non avvertire il contatto con il pavimento,

– bravo Lorenzo lo vedi che se ti impegni riesci a fare tutto quello che vuoi –

Questa volta vidi da dove era partita la frase, all’improvviso due labbra rosso fuoco erano apparse dal nulla e avevano vomitato le parole, le avevo viste uscire, prendere forma, danzare e ancora prima di averne udito il suono sapevo già cosa dicevano.

– Chi sei? – nelle mie intenzioni la frase doveva assumere un tono autoritario e di sfida, ma le parole uscirono incerte e balbettanti, permeate dalla paura che mi avvolgeva da quando avevo iniziato a stare male.

– Ma come Lorenzo, non mi riconosci? Sono molto delusa da te, ci siamo frequentati per mesi e nemmeno mi riconosci? –

Due occhi verdi comparirono, o meglio si spalancarono al di sopra della bocca. Riuscì a fissarli solo per un attimo poi provai a distogliere lo sguardo, ma dovunque mi voltassi lo sguardo verde era li che mi aspettava. Serrai le palpebre, ma lo sguardo non scomparve: era davanti a me, dietro di me, dentro di me, tanto valeva riaprire gli occhi.

– Che c’è Lorenzo, non riesci a reggere il mio sguardo? Ma come proprio tu? Un uomo grande e grosso come te. Uno che si è sempre divertito a esercitare il suo potere anche con lo sguardo. Uno che gode nel veder l’interlocutore cercare rifugio sul colletto, sulle mani o su qualsiasi altro particolare che non siano i suoi occhi. –

Una risatina in falsetto mise un ghirigoro svolazzante alla fine della frase.

– Chi seiiiii – le parole mi uscirono in un unico movimento dalla bocca, si gonfiarono fino ad esplodere liberando un onda sonora che per un attimo animò il nulla in cui ero sospeso. La bocca indietreggiò appena, gli occhi si distanziarono danzando nel vuoto e tornarono subito al loro posto. Se a quell’insieme di occhi e bocca avessi potuto associare un’espressione avrei giurato che si stessero divertendo un mondo.

Come per dare una conferma ai miei pensieri, le labbra si ritirarono scoprendo due file di denti bianchissimi e una risata prese a volteggiarmi intorno. Una fila interminabile di a e di h si rincorrevano facendomi ondeggiare e man mano che si muovevano aumentavano di dimensione lanciando il loro suono sempre più alto. Alla fine il rumore era così forte che gli orecchi iniziarono a farmi male

– Basta ti prego, bastaaa – le mie parole sembravano granelli di polvere in confronto alla risata della bocca, appena uscite si scontrarono con una delle a e andarono in mille pezzi. La risata iniziò a diminuire di intensità, nonostante tutto la bocca doveva aver sentito la mia supplica.

– Che c’è Lorenzo? Non ti senti più così forte, vero? Hai paura? Su dillo, a me puoi dirlo ti giuro che nessuno verrà a saperlo – quella voce si insinuava nelle mie orecchie ma più che sentirla davvero la percepivo, era come se mi venisse da sotto la pelle. Mai in vita mia mi ero sentito sotto giudizio come con quella voce, mi sentivo nudo, senza difese, la bocca mi conosceva e la sua voce mi rendeva trasparente.

– Chi sei? Cosa vuoi da me? –

– Ah Lorenzo, Lorenzo! Stai diventando monotono, non riesci a dire altro? Chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi… sei una delusione, davvero! Credevo che un uomo brillante come te avesse delle domande più intelligenti. –

La bocca si distese mostrandomi di nuovo i suoi denti bianchissimi, e l’aria intorno al contorno immaginario del viso prese ad animarsi, vi si potevano distinguere delle distorsioni simili a quelle provocate dal riscaldamento dell’asfalto in estate. Dei granelli rossi iniziarono ad addensarsi in prossimità degli occhi formando una struttura di vene e arterie, potevo vedere chiaramente il sangue che vi scorreva all’interno. Dopo le vene arrivarono i muscoli e si intrecciarono sulla fronte, nelle guance, ricoprendo a poco a poco tutta la superficie di quella struttura ossea invisibile. Infine arrivò anche la pelle, rosea e delicata e con essa prese finalmente a delinearsi una fisionomia che mi pareva familiare. Come tocco finale arrivarono i capelli, neri e lisci, e l’opera fu completata.

Il viso che adesso mi fissava, con quegli occhi verdi, si era fatto triste, e una vena di malinconia, o forse di rimpianto attraversava le iridi chiare. I capelli si stendevano allargandosi su spalle inesistenti e si perdevano nel nero in cui eravamo sospesi. Quel viso io lo conoscevo, ne ero sicuro, quegli occhi così dolci e così tristi, il naso sottile, le narici nervose, le labbra carnose, tutto mi era familiare. Una lacrima prese a formarsi all’estremità dell’occhio sinistro, un addensarsi di liquido che si gonfiò fino ad essere troppo pesante per rimanere attaccato alle ciglia e prese a scendere lenta, mentre una nuova lacrima si stava formando sull’altro occhio. Il viso stava piangendo senza fare nessun rumore, nemmeno un singhiozzo che accompagnasse tutto quel dolore.

– Lorenzo – un bisbiglio che riuscì appena ad udire, ma il suo effetto fu più devastante di tutte le altre parole pronunciate fino ad allora. Quella voce mi gelò le viscere, paralizzandomi, come avevo fatto a dimenticare? Come era possibile che non l’avessi riconosciuta immediatamente? Virginia, la dolce, tenera e indifesa Virginia. Era li, mi fissava e tutto il dolore che aveva sopportato gli stava uscendo dagli occhi, goccia dopo goccia.

Era passato così tanto tempo e io l’avevo sepolta sotto strati di ricordi polverosi, sigillata in modo che il suo ricordo non potesse interferire con la mia vita. Ricordarla adesso era come compiere una operazione di archeologia: avevo tolto il coperchio ad un sepolcro di pietra e adesso mi stavo addentrando fra i reperti del passato. Senza neanche rendermene conto avevo iniziato a piangere anche io, era come se il suo dolore mi penetrasse nel profondo dell’anima, forse era questo che si intendeva per empatia, una parola che fino a quel momento mi aveva sempre fatto sorridere, la trovavo buffa, insignificante, ma adesso sentivo il suo dolore come una lama che mi stava affondando dentro.

Virginia si era uccisa tagliandosi le vene, nessun messaggio, nessuna accusa, l’aveva trovata il marito al suo rientro dal lavoro, erano sposati e avevano un figlio di sei anni, nessuno aveva mai capito il motivo di quel gesto, nessuno tranne me.

Per me lei era stata un passatempo come tante altre prima e dopo di lei, ma per lei non era stato così, le avevo fatto perdere la testa, non mi ci era voluto molto, un marito assente, una vita noiosa, era stato facile sedurla facendole credere che era la donna della mia vita, che quello che provavo per lei era unico, bla, bla, bla.

E’ buffo come anche le persone razionali, con i piedi ben piantati in terra si lascino prendere in giro dalle lusinghe, sentendo e vedendo solo quello che vogliono sentire e vedere. Io le avevo solo aperto gli occhi su quello che era diventato il suo matrimonio, una stanca, inutile, routine, alla fine si era convinta che sarei fuggito con lei, era pronta anche a lasciare suo figlio. Il problema era che io mi stancavo presto e, dopo i primi mesi di passione, la minestra si era raffreddata in fretta, così una sera le avevo detto tutto, che non solo non l’avevo mai amata ma che in fondo per me era stata solo una scopata e neanche la migliore.

Eravamo a casa mia, lei era rimasta in silenzio e mi aveva guardato come adesso, con quello sguardo carico di dolore, mi ero aspettato la solita piazzata e invece non aveva aperto bocca, quello sguardo fisso e poi le lacrime, sempre senza un rumore, si era voltata ed era uscita dalla mia vita e dalle vite di tutti quelli che la conoscevano e le volevano bene. Due ore dopo suo marito l’aveva trovata in un lago di sangue dentro alla vasca del bagno.

Io avevo passato una settimana senza riuscire a dormire, per la prima volta in vita mia ero stato assalito dai sensi di colpa, continuavo a vedere quello sguardo ovunque, la notte me la sognavo avvolta in un sudario di sangue che veniva da me per portarmi via l’anima, ma alla fine il mio innato egoismo aveva avuto la meglio, mi ero detto che se non fossi stato io sarebbe stato qualcun altro e che in fondo se si era suicidata non era un problema mio, era solo perché era troppo debole per vivere.

Nel giro di qualche settimana ero tornato alla mia solita vita e, a parte qualche raro incubo, mi ero scrollato di dosso il ricordo di lei con la stessa indifferenza con cui un cane bagnato si scrolla la pelliccia.

– Adesso capisci Lorenzo, adesso finalmente sai cosa si prova, cosa prova chi rimane, vero? Adesso sai quanto fredda e gelida può essere la notte, quanto lunghe possono essere le ore. Adesso anche tu sai cosa vuol dire essere in viaggio per l’inferno. Io ti ho odiato con tutte le mie forze e mentre sentivo la vita che usciva dalle mie vene pregavo che tu un giorno provassi quello che stavo provando io. Ma ora mi rendo conto di quanto vuota e inutile sia la vendetta, spero solo che tu possa finalmente trovare la pace, perché nonostante tutto io non ho mai smesso di amarti –

Il viso si mosse, venne verso di me e mi baciò la fronte, poi, così come era apparso, si dissolse nel buio.

La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

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