fraublucher

Lorenzo dopo essere stato alla messa officiata da Don Paolo.

- Babbo lo sai che c’è una malattia bruttissima che si chiama Lepre!

- Lepre? Ma sei sicuro?

- Si babbo la lepre è una malattia bruttissima.

Geniale intuizione.

- Lorenzo ma vorrai dì la lebbra.

- Si la lepre, ti secca la pelle, poi ti casca e ti cascano anche le mani

- O Lorenzo ma chi te l’ha detto?

- San Paolo…

Vado a prendere Lorenzo all’uscita della scuola…

- Babbo guarda ho battuto il labbro sul banco, guarda

si arrovescia il labbro per farmi vedere meglio

- E come hai fatto?

- Perché una bimba mi ha detto che si è innamorata di me

- Ah si! E come si chiama

- Non me lo ricordo…

ott 052010

Si sentiva come in uno stato di grazia, era difficile da spiegare ma i pensieri fluivano in modo diverso, tutte le sue percezioni erano alterate, i suoni, i colori, i sapori, erano come avvolti e filtrati da un caldo bozzolo.

Era come vivere ad una frequenza diversa, in cui tutto sembrava più vivido e allo stesso tempo sfocato. Riuscire a mantenere una linea di pensiero coerente era difficile, ma il bello stava proprio li, i suo pensieri arrivavano in un caos turbinante, si inseguivano, dandosi il cambio in quello che sembrava un guazzabuglio senza senso ma che, ad una più attenta analisi, si rivelava un disordine logicamente organizzato.

Pensare alla sua prima volta in aereo e poi ritrovarsi di colpo per le strade buie di una città sconosciuta, inseguito da qualcosa di orribile, qualcosa che non vedeva ma sapeva essere li, non era un salto illogico ma un collegamento vissuto sul filo della paura, lui aveva il terrore di volare, quindi la cosa era perfettamente logica.

Così i suoi pensieri lo portavano in giro nello spazio e nel tempo, immagini della sua infanzia si mescolavano con quelle del suo presente e di uno, cento, mille immaginari futuri possibili. Mondi fantastici e creature mai viste prendevano forma e si dissolvevano nello spazio di un battito di ciglia.

Era affascinato da questo incedere, non riusciva a smettere di seguire i suoi lucidi deliri, alcuni erano così spettacolari che avrebbe voluto avere il tempo di scriverli su carta, perché sapeva che dopo qualche istante se li sarebbe dimenticati e gli sarebbe rimasto quel sottile rimpianto di aver perso delle idee grandiose. Ma il flusso era indomabile, non gli si poteva chiedere di attendere un attimo, di aspettare, lui doveva andare avanti per la sua strada.

Una volta ci aveva anche provato, aveva preso la prima penna a portata di mano e aveva iniziato a scrivere, ma era stato come provare a rallentare una folla di donne impazzite all’inizio della stagione dei saldi, il suo cordone di sicurezza aveva ceduto subito e mentre cercava di scrivere il primo pensiero questi si era già trasformato e diramato in altre mille direzioni.

Quella era la sua droga, non riusciva a farne a meno, quella sensazione di vivere a metà fra il sogno e la realtà in una terra di confine, lo rendeva ebbro di felicità, per lui era come affacciarsi su di un mondo sconosciuto di cui percepiva solamente l’esistenza.

La porta si spalancò di colpo, il viso allegro e rubicondo del piccolo primario gli sorrise attraverso la stanza

- Allora come andiamo oggi? – Disse rivolto più che altro a se stesso e prese a sfogliare la cartelletta – 39 e 3 direi che è già un miglioramento rispetto ai 41 e 4 con cui è arrivato ieri -

- Si non c’è male – rispose lui con la voce impastata dalla febbre.

- Questa è già la terza volta, quest’inverno, che mi arriva qua con un febbrone da cavallo, mi viene quasi il sospetto che lo faccia apposta, ma che senso avrebbe ammalarsi di proposito?

- Già non avrebbe proprio nessun senso – e mentre lo diceva un sorriso da bambino nella bottega di giocattoli gli si dipinse sulla faccia.

ott 032010

Non so perché adesso mi è venuta questa voglia improvvisa di cambiare tema, dovrei essere a letto a dormire, beato, perso nel mondo dei sogni e invece mi sono messo a cercare un nuovo tema.

Il problema è che non riesco a trovarne uno che mi piaccia davvero, uno che mi soddisfi, che rispecchi veramente l’anima di questo blog, che mi faccia dire, ecco questo è il tema perfetto per me. Così alla fine ne ho trovato uno bianco, immacolato, senza troppi ghirigori sopra.

Per adesso lo lascio, forse è lui quello giusto, in fondo il bianco è l’unione di tutti i colori, non si vedono ma sono tutti li, un po’ come gli stati d’animo, ci sta dentro la gioia, la tristezza, la disperazione, la follia, la speranza, basti pensare che bianco è l’abito da sposa ma anche la camicia di forza.

E bianco è pure il pulsare delle scariche elettriche fra i neuroni impazziti, sinapsi che si attivano per scambiare messaggi, generare idee, formulare pensieri.

Adesso mi sa che è meglio che vada davvero a dormire, io, mentre loro, i neuroni, continueranno a scambiarsi messaggi, proiettando il loro film su quello schermo speciale che è la materia dei sogni.

Buona notte…

La visita (il risveglio)

Ero ancora immerso nei miei pensieri, concentrato sulla cornetta che non smetteva di vomitare la sua nenia ipnotica, quando una serie di piccoli colpi alla porta mi fece sussultare. La serie si ripeté ancora una volta, non riuscivo a capire che cosa fosse, non mi ricordavo perché ero li, cosa ci facevo, sapevo solamente che mi aspettava un lungo viaggio.

La voce che si materializzò al di là della porta mi riportò finalmente alla realtà: -Signore la colazione… – la massa dei ricordi invase ogni angolo del mio cervello, come se fosse stata richiamata da quella voce dolce e sottile. Immagini della sera prima, del giorno prima, della settimana prima, si affollavano senza soluzione di continuità, sovrapponendosi e confondendosi. La voce scaturì dal legno ancora una volta: -Signore, la colazione…- adesso alla dolcezza iniziale si era aggiunta una sfumatura di impazienza, la potevo sentire chiaramente, faceva capolino dalle consonanti messe in ordine e scandite con diligenza.

Era incredibile come riuscissi a percepire tutti quei particolari, potevo addirittura sentire il tamburellare nervoso delle sue dita sul carrello della colazione, il ritmo costante del suo respiro, il fastidio per dover stare ad aspettare li fuori. All’improvviso tutti quei particolari confluirono nello stesso punto, ed iniziarono a creare un immagine reale della persona che attendeva il mio permesso per entrare. Iniziò a formarsi dalle labbra, sottili ma ben disegnate, sensuali quanto bastava per risvegliare un desiderio maschile, labbra dolci che danzavano sotto un naso leggermente allargato al livello delle narici, gli occhi chiari, guizzanti, che continuavano a spostarsi dalla porta al carrello, all’orologio. I capelli neri raccolti dietro alla testa mettevano in risalto l’ovale perfetto del viso.

Per la terza volta la mano della cameriera si scontrò con il legno verniciato della porta: -Signore la colazione…- quasi urlato. Questa incursione della realtà disgregò completamente l’immagine che si stava formando, le labbra si piegarono verso il basso, gli occhi furono inghiottiti dal richiudersi della fronte sul mento e di quel volto gradevole rimase solamente un punto al centro della pagina bianca che si era aperta nella mia immaginazione.

Ma cosa mi stava succedendo? Non mi ero mai sentito così lontano dalla realtà, dovevo fare qualcosa, dare un segno, dimostrare che non ero uno spettro generato dagli incubi di chi era passato da quella stanza prima di me. Finalmente l’aria uscì dai miei polmoni e fece vibrare le corde vocali, quello che si materializzò appena fuori dalla bocca fu un lungo rantolo, che avrebbe dovuto essere la risposta alla voce che attendeva paziente. Nonostante tutto il mio segnale di vita riuscì ad attraversare la porta arrivando fino alla cameriera.

-Signore va tutto bene ? –
La voce adesso aveva perso la venatura di impazienza e la dolcezza iniziale aveva lasciato il posto ad un tono preoccupato.
- Signore mi sente? va tutto bene?…-

- Certo che va bene, va tutto bene, è solo che non so più se questa è la realtà o sto ancora dormendo e sono qui seduto su questo cazzo di letto senza avere la più pallida idea di come ci sono arrivato e di cosa stia facendo qui. So solamente che devo viaggiare, ma tutto il mio corpo si rifiuta di obbedirmi, nessuna delle sue parti fa più quello che le viene ordinato –

Questo è quello che il mio cervello mise insieme e trasmise attraverso le terminazioni nervose a diaframma, corde vocali e lingua, ma tutto quello che uscì dalla mia bocca fu uno striminzito – Si – si? Solo si, ma cosa sta succedendo? Mi sentite organi merdosi? Voi siete stati creati per obbedirmi, il meccanismo è semplice, il cervello lavora, pensa, crea le idee, le mette insieme, le raffina e quando sono pronte attiva i nervi, e voi dovete solo obbedire. Non è poi così difficile, chi vi da il diritto di fare di testa vostra? Come vi permettete di interpretare gli ordini del grande capo? Adesso voi completate la frase così come era stato deciso.

- Si va tutto bene..- no maledizione, no, non ci siamo.
- Signore, potrebbe aprirmi la porta? Le ho portato la colazione – adesso la preoccupazione era scomparsa, sopraffatta di nuovo dall’impazienza di chi non ha tempo da perdere con un coglione che non vuole saperne di aprire una porta.

- Entri pure – La porta si aprì con un leggero scatto e la cameriera spinse dentro il carrello con la colazione. Mi voltai quel tanto che bastava per osservarla ed accorgermi che non corrispondeva affatto all’idea che mi ero fatto di lei, era bassa e tarchiata, il viso paffuto incorniciava degli occhietti piccoli e sfuggenti. Un naso enorme terminava sopra una bocca sottile dalle labbra quasi inesistenti.

Spinse il carrello al centro della stanza, nonostante la corporatura massiccia si muoveva in modo veloce e con movimenti dolci e aggraziati, la guardavo versare il caffè nella tazza e sistemare i piatti sopra al vassoio. Le mani piccole e paffute terminavano in dita curate che danzavano nell’aria mentre portava a termine il suo lavoro, era come assistere ad uno gnomo che ti serve la colazione. Alla fine si voltò e scomparve oltre la porta. Io rimasi a fissare lo spazio fra il carrello e la parete, non ero affatto sicuro che qualcuno lo avesse spinto fin li e la cameriera non fosse che un frutto della mia immaginazione.

La sensazione di disagio che mi aveva assalito da quando mi ero svegliato era aumentata, non riuscivo più a capire quali delle cose che mi circondavano fossero reali. Dovevo sciacquarmi il viso, forse un po’ d’acqua fresca sarebbe servita a schiarirmi le idee.

continua…

Il suono si fece strada lacerando la coltre del sonno, lo squillo aumentò d’intensità strappandomi al nulla che mi aveva inghiottito. Cercai di allungare il braccio per alzare la cornetta, era incredibilmente pesante, con uno sforzo riuscì ad afferrarla ma le dita non fecero il loro dovere e quella cadde sul tappeto. Potevo sentire la voce registrata che, insieme ad una musichetta insopportabile, mi avvisava che era giunta l’ora di svegliarsi.

Rimasi immobile nel letto, non riuscivo a formulare nessun pensiero coerente, la testa mi faceva male: un pulsare sordo spezzava la linea delle mie idee, non riuscivo a riprendere coscienza fino in fondo. Le palpebre rifiutavano di obbedire all’ordine impartito dal cervello e continuavano a serrare gli occhi per regalargli ancora qualche istante di buio. Era come se le parti del mio corpo si fossero ribellate al loro aguzzino, le dita che mancavano la presa, le palpebre che restavano chiuse, la mascella serrata che sembrava voler stritolare i denti. Vista dall’esterno la scena doveva sembrare assurda, un corpo avvolto nelle lenzuola in lotta con se stesso, scosso da tremiti, ma comunque immobile, in balia della rivolta interna dei suoi organi.

Non so per quanto tempo rimasi in quello stato, ma alla fine le mascelle rassegnarono la resa aprendosi con uno schiocco e mollando la presa sui denti, piano piano ogni altra parte tornò a recitare il suo ruolo, obbedendo agli ordini impartiti attraverso le terminazioni nervose. L’unica cosa che era rimasta costante per tutto il tempo era il dolore alla testa, provai a muoverla, ma non c’era niente da fare, sia che la voltassi a destra, a sinistra o che rimanessi immobile, il martello interno alla tempie continuava il suo lavoro di demolizione della scatola cranica. Con uno sforzo disumano riuscì a mettermi su di un fianco e a far penzolare le gambe oltre il bordo del letto. Ormai il più era fatto, adesso bastava tirarsi su. Ma ancora una volta volontà e azione si divisero e rimasi steso su di un fianco, come un insetto arrovesciato che aspetta solo la fine.

Dovevo reagire in qualche modo, chiusi gli occhi e mi concentrai solamente sui miei movimenti, spingendo e tirando cercavo in ogni modo di alzarmi, annaspando con le braccia come un nuotatore in preda ai crampi. Alla fine mi ritrovai seduto sul letto, gli occhi fissi sulla cornetta da cui continuava ad uscire la musichetta della sveglia. Adesso non dovevo far altro che mettermi in piedi e prepararmi, visto che mi aspettava un lungo viaggio.

continua…

lug 272010

Io oggi vorrei ringrazià ‘na persona cara
Un visino d’angelo, du’ occhioni verde-grigio
La ‘onoscete tutti, la mi ‘ognata Lara
Perché da quando c’è lei ir mi fratello mi sembra topo gigio

Io me lo ri’ordo fin da piccino,
quando bestemmiava tirando la pesca nelle mattonelle
li in cucina proprio sotto il lavandino,
ritto in piedi serio, serio con l’espressione da ribelle.

O quando si rimpiattò ner sottoscala quatto, quatto,
con un paio di zorfanelli e du’ fogli di giornale,
deciso a provà cosa succedeva se d’un tratto
accendeva ir foo e se la svignava sulle scale.

Perché lui in corpo sembrava c’avesse l’argento vivo.
Quando nacque lasciò a malapena ir tempo a mi ma’ d’arrivà in ospedale
e a otto mesi telava via che io a stagni dietro un ci ‘omparivo.
Mi riordo ancora la foto insieme a lui con la su gambina torta che per un fallo scappa lo stringevo fino quasi a fagni male.

Alla mi mamma quante glie n’ha fatte passà!
Anche se a di’ ir vero lei i conti l’ha sempre pareggiati
e spesso la mi pora nonna ner mezzo si doveva infilà
per evità che si venisse tutt’e due picchiati.

Perché lui bisogna dillo è sempre stato genoroso
e per divide le legnate e le responsabilità
ha sempre provata a dammi la ‘orpa quer tignoso
e io bischero me la pigliavo e ar su posto ne volevo anche toccà.

Insomma un si faceva mancà proprio niente,
si buttava dalle finestre, si faceva arrotà dalla figliola der Giuntini,
andava a di a brutte e befane quello che pensa la gente
e poi quando si sciagattava pe’ la terra si riarzava e andava dar Benini

Ma crescendo, cor passà dell’anni, si dette una ‘armata
di quella peste scatenata che faceva tribolà tutti un ne rimase segno,
tanto che se un si fosse visto co’ nostri occhi si sarebbe detto che un ci fusse mai stata,
ir bimbetto scatenato aveva lasciato ‘r posto all’ingegneri tutta carma e ‘ngegno.

Tanto ir primo era stato agitato quanto ‘r se’ondo posato
e a parte quarche botta di vita ogni morte di Papa
se ne stava tranquillo in casa chiedendo ar mondo d’un esse disturbato,
che tentà di portallo a ballà o a be ‘na birra era come volè cava ‘r sangue da ‘na rapa

Poi un giorno è cambiato di botto senza avvisare.
Me la ri’ordo come fusse ora quella mattina d’aprile inortrato,
ero in casa di mi mà e si doveva andà a Bibbona per vedé la ‘asa ar mare,
entrò pimpante sartellando, mi guardò e disse allora quando si parte? Tutto garvanizzato.

Eh si sà l’amore quando arriva arriva, si ferma li e ti sorprende.
Un chiede permesso, un bussa alla porta, un’avverte.
Un giorno t’attraversa la strada e la tu vita un’è più tua perché lui se la prende
e te ti ritrovi con la testa fra le nuvole a pensà a quanto sta’ con lei ti diverte

E’ così, il mi fratello s’è proprio innamorato
e l’amore l’ha illuminato come un arbero di natale pieno di stelle,
ha infilato la su spina e co’ ‘na scossa l’ha rianimato
riportando a galla quer bimbetto con lo sguardo furbo da ribelle.

Oggi è cor cuore cormo di gioia che lo vedo ‘ncomincià na nova vita,
perché so che niente lo rende più felice di quello scricciolo biondo
che se l’è trascinato dietro in questa partita
e da fratello a fratello non posso che auguravvi tutto ir bene der mondo…

Capannoli 5 Giugno 2010

lug 242010

Anche quest’anno sono stato a fare un po’ di mare a Marina di Bibbona, così giusto per rilassarmi e recuperare la tranquillità necessaria ad affrontare i nemici quotidiani, FFSS in testa a tutti.

Naturalmente anche in ferie la mia ferrea disciplina e gli anni di allenamenti alla tana delle tigri hanno giocato un ruolo fondamentale e mentre io mi rilassavo non lo facevano i miei sensi sempre all’erta.

Mi stavo ritemprando immerso nell’acqua insieme a Lorenzo, tentando di fargli capire, tramite esempi pratici, il comportamento di un corpo gassoso che viene liberato nell’acqua, quando il mio udito soprannaturale capta delle urla, Help, Help, Help, cerco di capire da dove provengono e vedo un giovane uomo teutonico con due bimbi con delle tavolette, altrettanto teutonici che si sbracciano ad un centinaio di metri dalla riva.

Veloce come un computer di ultima generazione il mio cervello entra in azione e analizza la situazione, uno dei bambini deve essere in difficoltà bisogna agire, in un’attimo il mio istinto da berretto verde prende il comando, dico a Lorenzo di restare dov’è e mi tuffo, poi con la grazia di un delfino affaticato da anni di abusi di alcool, affettati e pastasciutta, mi dirigo verso il terzetto in difficoltà.

Finalmente raggiungo gli incauti turisti, sono vicino al bambino, afferro la sua tavoletta per aiutarlo ma il piccino mi guarda spaventato, poverino deve essere sotto choc, molto probabilmente è lui quello in difficoltà. Mi volto verso il padre per rassicurarlo spiegandogli che non sono aquaman ma un cittadino qualunque che con sprezzo del pericolo e abnegazione si sacrifica per il prossimo, però pure questo mi osserva con un’aria fra l’incredulo e lo spaventato dicendomi “no, no stavamo salutando”.

Mi viene il dubbio che il mio raffinato udito bionico non funzioni poi così bene, molto probabilmente non stavano urlando Help, ma qualche altra parola scandinava che gli assomiglia, maledette lingue nordiche.

Così facendo finta di niente mi allontano e torno da Lorenzo, che mi chiede “Cosa è successi babbo?”, “Niente Lorenzo sono solo dei bimbi che giocano”

lug 162010

Le 17 di un caldo pomeriggio di luglio…

Oggi fa proprio caldo, come la lava

Come la lava?

Si come la lava, anzi come l’olio bollente, anzi come la lava con sopra l’olio bollente.

Esagerato, questo caldo è per il sole.

Il sole, è vero, perché ci riscalda?

Il sole è una stella che ci manda i suoi raggi.

Una stella? Io credevo che fosse un cerchio pieno di candele accese…

Lorenzo sul divano con la mamma

- Io lo so come sono nato, prima ero li nel mezzo del tuo ombelico, ero solo uno schienetta poi sono cresciuto e ti davo i pugni, poi sono uscito e sono diventato così, prima avevo zero anni, poi uno, poi due, poi tre, poi quattro e poi cinque…

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