gen 022011

Giocando a forza quattro con Lorenzo, ebbene si riesco a perdere anche con un bimbo di 6 anni.

“Guarda babbo, ho fatto 4, yeah, si” seguono una decina di minuti di esultanza incontrollata.

“Dove?”

“Qui babbo, in senso Orale”

“In senso Orale?”

“Si babbo è un modo di dire, in senso Orale!”

Quest’estate sono stato in vacanza in toscana e approfittando dell’occasione mi sono ritrovato con i miei ex compagni di scuola, quelli con cui mi sono diplomato ben, ehm dunque meno tre riporto due diviso quattro per otto, dunque si dicevo con cui mi sono diplomato ben diec.. Ehm quind… si insomma con qui mi sono diplomato ventidue anni fa.

Ora la cosa particolare è che, a parte qualche eccezione, molti di loro non li vedevo proprio da ventidue anni, che è un bel lasso di tempo, un lasso in cui molti di noi mettono su famiglia, fanno figli, invecchiano. I capelli decidono di abbandonare il cranio per luoghi migliori, le pance si allargano, insomma si passa dall’essere ragazzi a essere uomini di mezz’età, ma comunque ancora con uno spirito fanciullesco intatto, almeno nel mio caso.

Non voglio ora entrare nei dettagli della cena e raccontarvi la vita e l’evoluzione di tutti I partecipanti, ma un’episodio in particolare che mi ha colpito, uno di quegli accadimenti che ti svelano un mondo, che infrangono tutte le tue certezze e che ti fanno riflettere sul senso della vita. No, no tranquilli, non ho avuto una visione della madonna su un ulivo in fiamme e non mi sono neanche venute le stimmate o stigmate.

Quello che è successo è che mi sono ritrovato seduto di fronte a Federico, giusto per indirizzarvi Federico alla fine delle superiori ha deciso di portare avanti la piccola azienda agricola del su babbo e oggi vive vendendo vino e olio, così ci siamo messi a chiacchierare, le solite cose, come stai, come non stai, cosa fai, cosa non fai ecc.

Federico (F) – Allora poi alla fine ti sei laureato?
Io (I) – Si alla fine mi sono laureato in ingegneria informatica
F – Ma ora stai a Milano?
I – No sto vicino a Piacenza ma lavoro a Milano
F – Ma è lontana Piacenza da Milano?
I – No lontana no ma alla fine per esse li alle 8 devo partì da casa alle 6, perché mi ci vole una mezz’ora per arrivà alla stazione di Piacenza, poi devo prende il treno per Milano e ci vole un’altra ora bona, sperando che non ritardi. Insomma considerando i tempi morti du ore vanno via.
F – Cooossa? Du ore per andà a lavorà?
I – Eh si!
F – Oh Gennai la sai una ‘osa anche io la mattina mi levo alle 6 per andà a lavorà nelle vigne ma ir mi ber trattore colla tu laurea un ce lo cambierei davvero!

Come dargli torto…

gen 012011

Davanti alla coop dopo aver fatto la spesa, qualche genio tira un petardo, una botta come quella di una piccola bomba, Lorenzo si appresta verso il luogo dell’esplosione, a fatica riesco a farlo salire in macchina.

“Babbo ma cos’era?”

“Era un petardo Lorenzo”

“Un petardo? cos’è?”

“E’ come una piccola bomba, non ti uccide ma ti può ferire, sono pericolosi”

“Ah ho capito, sai Babbo io le ho viste ehm fatte tonde, ehm ovali si ovali e verdi, che le lanci e scoppiano”

“Bravo Lorenzo quelle sono le bombe a mano, ma quelle sono pericolose uccidono le persone”

“No babbo quelle sono di Bellezza”

“Come sono di bellezza?”

“Si babbo sono di bellezza, perché servono per uccidere i mostri e i fantasmi ma i mostri e i fantasmi non esistono. Se c’è un ladro che entra in casa, il ladro è cattivo, ma la moglie e il figliolo sono buoni non si può usare la bomba”

“E allora cosa gli fai al ladro?”

“Il ladro si mette in prigione finché non diventa buono”

Allora prendete dei fegatini di pollo, quelli di quel rosso scuro che somiglia il fegato per intenderci, per comodità potete trovarli nel banco della carne alla coop o in qualsiasi altro supermercato. In alternativa potete decapitare una mezza dozzina di polli, sventrarli ed estrargli il fegato, se riuscite a trovarlo. Fatto?

Adesso prendete un pentolino riempitelo di acqua e vino bianco, va bene anche del vinaccio tipo tavernello o ronco, e bolliteci dentro i fegatini, questo passaggio è necessario per levare al fegato il sapore di fegato. Che senso ha? Non lo so la mi mamma m’ha insegnato così e la mi mamma è cintura nera in preprarazione dei fegatini, oltre che in riempimento di lavastoviglie, una volta ha stroncato in due anche ciac norrisse perché ha saltato la bollitura con vino. Fatto?

Adesso prendete un’altro pentolino, o usate pure il solito, metteteci dentro dell’alloro, quello che aveva in testa dante alighieri per intenderci, della salvia e uno spicchio d’aglio. L’aglio dividetelo in due pezzetti e aggiungete un filo d’olio. Se cucinate coi ciottoli della batteria, non quella che si sona, potete anche evitare l’olio. Accendete il fornello e aspettate che l’olio inizi a bollire, ve ne accorgete perché fa le bollicine e un rumorino tipo frscfrsc e sentite I profumi della salvia, dell’alloro e dell’aglio spargersi per l’aria. Fatto?

Prendete I fegatini e buttateli dentro, sfumate con un po’ di vino bianco, lasciate cuocere un po’ in modo che il fegato si impregni dei profumi degli odori, basta qualche minuto. Fatto?

Togliete dalla pentola l’alloro e l’aglio, versate I fegatini e la salvia in un frullatore, aggiungete dei capperi, delle acciughe, vanno bene anche quelle sott’olio, e una noce di burro, mi raccomando non mettetevi a scolpire una noce in un panetto di burro, vuol dire che dovete prendere un pezzetto di burro, solo che dire noce fa più fico. Frullate il tutto. Fatto?

Una volta finito di frullare prendete la poltiglia informe e grigiastra e mettetela in un’altro pentolino, cosa? Non avete più pentolini? E allora rigovernate uno di quelli che avete usato prima o scioperati. Dicevo mettete il tutto nel pentolino accendete il fuoco e allungate con acqua o brodo di carne finché il composto non acquista la consistenza giusta per esse spalmato sui crostini. Quest’ultimo passo deve essere fatto appena prima della spalmatura in modo che il crostino arrivi bello caldo in bocca. Fatto?

Bene adesso non vi resta che spalmare I fegatini sul pane e mangiavveli. Buon Appetito

Qualche mese fa eravamo al Toys Center a Piacenza per prendere un regalo per un amichetto di Lorenzo, in quell’occasione Lorenzo voleva comprare un secchiello colmo di soldatini. Così lo comprammo a sua insaputa per farglielo trovare a Santa Lucia.

Così per Santa Lucia Lorenzo si è ritrovato i soldatini, solo che nel frattempo lui aveva chiesto i gormiti con lo slime.

Il giorno dopo Santa Lucia in macchina.

“Babbo ma come ha fatto Santa Lucia a sapere che io volevo i Soldatini?”

“Non lo so Lorenzo, non glie li hai chiesti te?”

“No babbo, non glie li ho chiesti io. Mi sa che lei sapeva la prima cosa che volevo, forse deve essere stato quella volta che si comprava il regalo per quel bimbo”

“può darsi”

“Ehm ma come ha fatto a saperlo? Forse Santa Lucia ha messo delle telecamere con l’audio e ci ha sentito”

“eh si può essere…”

In bagno con Lorenzo, lui ha appena fatto la doccia, mentre lo vesto mi guarda e ridacchia..

“Sai babbo come le chiamiamo io e Ale le femmine?”

“No come le chiamate?”

“P, Pu, Pu…”

un brivido gelido mi corre lungo la schiena, Lorenzo ridacchia

“come le chiamate?”

“Pu, pu, pupe”

risata sguaiata (sua), sospiro di sollievo (mio).

“aaaa pupe”

“si babbo le chiamiamo pupe, mi fa troppo ridere…”

La visita (al pub)

Ero in piedi, senza nemmeno rendermene conto avevo percorso metà dello spazio che separava il letto dalla porta del bagno, non avevo idea di quanto tempo fosse passato, ne di come avessi fatto a mettermi in piedi, ma in fin dei conti non me ne importava, tutto quello che volevo era farmi una doccia.

Le cose, però, non erano così semplici, le parti del mio corpo erano di nuovo in sciopero e io mi ritrovavo bloccato nel bel mezzo della stanza, senza riuscire a muovermi ne avanti ne indietro. Forse stavo davvero male, forse qualcosa aveva iniziato a rompersi all’interno della mia testa, magari una piccola vena difettosa, forse un’emorragia, forse fra un po’ sarei stramazzato al suolo in preda alle convulsioni.

La paura iniziò a farsi strada partendo dal centro dello stomaco, attraverso le viscere e salendo su, fino al cervello. Nuovamente iniziarono ad arrivare le immagini. Questa volta però non erano ricordi, erano visioni del futuro, un futuro prossimo, immediato, un futuro che non ci sarebbe stato. Vedevo me stesso steso sul pavimento fra il letto e il bagno, immobile, la pelle livida, un espressione di terrore dipinta sul volto. La bocca semiaperta in un ultimo disperato tentativo di chiedere aiuto.

Di nuovo la realtà squarciò il velo della fantasia, adesso ero vicino alla porta del bagno, e stavo camminando lentamente, finalmente i piedi si muovevano, ero affascinato dal loro movimento. Su la gamba e giù il piede, su l’altra gamba e giù l’altro piede, avrei potuto continuare a farlo per l’eternità, su la gamba, giù la gamba, ancora e ancora.

Mi sentì rincuorato, avevo qualcosa che mi legava alla realtà, un semplice movimento fatto senza nemmeno pensarci mi stava restituendo alle cose vive, mi stava dicendo che ero sveglio e che non c’era nessun fantasma.

Entrai nel bagno, intenzionato a farmi una lunga doccia, ma appena i piedi toccarono le fredde piastrelle del pavimento mi bloccai di nuovo, le ginocchia si piegarono e mi ritrovai a terra, appoggiato sulle mani. Nell’istante in cui queste presero contatto con il pavimento, la bocca si spalancò e restituì la cena della sera precedente, accompagnata dai numerosi drink che l’avevano seguita. Fui scosso da violenti conati di vomito, nello sforzo di svuotarmi gli occhi tentarono di uscire dalle orbite e grosse lacrime presero a scendermi lungo il viso, il pulsare sordo nella testa aveva aumentato improvvisamente la sua intensità.

Anche se svuotato del suo contenuto, lo stomaco continuava a contorcersi e a spingere come se avesse voluto sputare fuori tutto il marcio che si era accumulato negli anni. Eliminata la parte organica adesso stava tentando di espellere le immagini, i ricordi, i pensieri, un’epurazione totale della mia anima stava cercando di passare dalla bocca, per un istante ebbi la certezza di vedere voci, suoni e scene del passato prendere forma e uscirmi dalla bocca spalancata. Un ultimo lungo conato mi soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni, le mani persero il loro attrito con le piastrelle e mi ritrovai steso sopra il mio stesso vomito.

Nella mia testa era scoppiata la terza guerra mondiale, i neuroni dell’emisfero destro erano entrati in conflitto con quelli dell’emisfero sinistro, la parte razionale aggrediva la fantasia, i due eserciti si stavano fronteggiando senza esclusione di colpi. Gli scontri erano al culmine: bordate di artiglieria pesante mi stavano demolendo le tempie, l’aviazione ronzava sganciando le sue bombe su tutta la superficie disponibile, gli occhi si erano arrovesciati all’indietro per cercare un riparo dalla furia della battaglia, le mani, fuori da ogni controllo, cercavano appigli nell’aria.

Ormai ne ero certo, dovevo avere un emorragia cerebrale, stavo morendo, il mio cervello stava morendo, annegato nel mio stesso sangue. D’improvviso la battaglia cessò, così come era iniziata, aviazione e artiglieria si ritirarono e un velo di oscurità venne a dare sollievo agli occhi.

La visita (Virginia)

dic 112010

In macchina andando in piscina mentre siamo sul viale alberato:

- Sai babbo quando vedo gli alberi spogli penso che la notte si fanno il bagno e il giorno si asciugano, per questo non hanno le foglie ma solo i rami. Invece quando hanno le foglie sono vestiti. Questo mi piace pensare.

dic 082010

- Mamma a scuola abbiamo disegnato un bambino nella culla di piombo.

- Vuoi dire Gesù Bambino?

- Come Gesù Bambino? Ma quanti ce ne sono di Gesù Bambino?!

- Ce n’è uno

- Ma tutti gli anni ne nasce Uno nuovo…

- Ma no Lorenzo è che gli festeggiamo la nascita.

- Ah ho capito lui non ha il compleanno come il mio, il suo è Natale…

ott 132010

La visita (la cameriera)

Ancora una volta i ricordi arrivarono come un’ondata. Immagini confuse della sera precedente mi ballavano davanti agli occhi, era come dover ricostruire un puzzle senza essere sicuri di avere tutti i pezzi. Lentamente le scene iniziarono ad allinearsi, era come se il film impazzito che mi veniva proiettato in testa avesse ritrovato la sua naturale velocità.

La cosa inquietante era che vedevo quello che mi succedeva, come un qualsiasi spettatore, ero fuori dal mio corpo e mi osservavo: avanzavo barcollando per la strada, sembrava quasi che stessi seguendo un percorso invisibile che solo io potevo vedere. Fortunatamente la strada era quasi deserta e i pochi passanti riuscivano ad evitarmi senza problemi, dai locali che fiancheggiavo una marea di suoni diversi si riversano nella notte mescolandosi e coprendone il silenzio.

Alla fine voltai bruscamente a destra e mi infilai in una delle tante porte aperte, l’atmosfera all’interno era buia e fumosa, la gente si accalcava lungo il bancone cercando di far sentire la propria ordinazione sopra alle altre. Mi feci largo spintonando e strattonando, ogni volta che urtavo qualcuno biascicavo frasi incomprensibili di scuse, gli sguardi carichi di odio si stemperavano vedendo i miei velati dai drink che dovevo aver già bevuto.

Lentamente riuscì a guadagnarmi un posto in prima linea, appena raggiunto il bancone iniziai a gridare – Un  Mojito – con tutto il fiato che avevo in corpo, i miei vicini di gomito mi lanciarono occhiate di fuoco, ma questo non bastò a scalfire la mia voglia di bere. Le mie urla scomposte sovrastavano tutte le altre, tanto che il barman si voltò verso di me facendomi cenni per indicarmi che aveva capito.

Rassicurato sulla preparazione del mio drink iniziai a voltare la testa per vedere meglio il locale, le pareti erano senza intonaco e appesi in ordine sparso vi trovavano posto quadri che ritraevano scene campestri e attrezzi agricoli. Ampie travi in legno attraversavano il soffitto, da queste si staccavano in linee ordinate una serie di faretti che percorrendo una lunga esse ricoprivano tutta la superficie della stanza.

La luce riusciva a malapena a filtrare attraverso la coltre di fumo che impregnava l’aria del locale. Il bancone occupava per tutta la sua lunghezza la parete che si trovava a fianco dell’entrata. Dietro di esso il barman si muoveva con gesti sicuri e misurati, come se non avesse fatto altro dal giorno della nascita, sembrava che bottiglie, shaker e bicchieri fossero un estensione delle sue braccia.

Depositò il bicchiere sopra il legno davanti a me e subito riprese a trafficare con le sue bottiglie per accontentare gli altri clienti. L’inquadratura strinse sul bicchiere, potevo vederlo chiaramente, era pieno fino all’orlo, una mano lo prese e iniziò ad alzarlo lentamente, il suo bordo percorreva lo spazio che lo separava dalla mia bocca. All’improvviso la scena si bloccò e il bicchiere rimase sospeso a mezz’aria, la pellicola si era inceppata di nuovo, la scena iniziò a dissolversi gradualmente e dagli squarci iniziarono a far capolino pezzi della stanza in cui mi trovavo.

continua…

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