La visita (Il viaggio)

La visita (Il ricordo)

Quando scesi nella Hall dell’albergo erano ormai le nove, pagai il conto e mi misi in viaggio, forse sarebbe stato più prudente aspettare il giorno successivo, ma non volevo rimanere un minuto in più in quella stanza, sembrava che tutti gli spettri del mio passato ne avessero impregnato le pareti ed ero certo che se fossi rimasto li sarei impazzito.

Viaggiai tutta la notte facendo un paio di soste per mangiare qualcosa e imbottirmi di caffè, nonostante tutto mi sentivo abbastanza in forma e poi guidare mi aiutava a concentrarmi su qualcosa di reale, mi permetteva di rimanere ancorato al presente tenendo lontano gli spettri del passato.

Arrivai a destinazione alle prime luci dell’alba, un timido sole iniziava a ridare i colori al mondo, le note del verde e del marrone primeggiavano su tutto interrotte da sprazzi di giallo, rosso e arancione, la strada si inerpicava sul fianco della collina girando intorno agli uliveti. Imboccai la stradina sterrata e parcheggiai la macchina sotto una delle grandi querce che delimitavano lo spiazzo di fronte all’ingresso principale.

Uscì dalla macchina e mi fermai un attimo ad ammirare il panorama, da quel punto si riusciva quasi a vedere il mare e se ne sentiva l’effetto sull’aria frizzante e profumata. Mi avviai verso l’entrata con il rumore familiare della ghiaia che scricchiola sotto la suola delle scarpe, aprì l’imponente cancello, essere famosi ha anche i suoi lati positivi, e imboccai il primo vialetto sulla destra, loro erano li che mi sorridevano, la lapide di marmo era ancora bagnata dalla rugiada mattutina e luccicava sotto i primi raggi del sole, mi accovacciai sui talloni e passai la mano sulle foto, non li avrei lasciati mai più soli.

Fine

La visita (Il viaggio)

La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

Forse era una mia impressione ma ora il buio sembrava meno buio e sentivo freddo, era come se il viso mi avesse restituito i sensi, sentivo il pavimento sotto di me, freddo e umido, provai a muovermi ma scivolai su qualcosa di molle e appiccicaticcio, doveva essere il mio vomito, alla fine riuscì a mettermi in piedi.

A giudicare dal sole doveva essere pomeriggio inoltrato, mi guardai nello specchio del bagno, ero in uno stato pietoso, i capelli arruffati, gli occhi rossi cerchiati di nero, il corpo coperto da chiazze di vomito, un vero schifo, l’unica nota positiva era che il mal di testa se n’era praticamente andato.

Mi feci una doccia bollente, l’acqua veniva giù dall’ampio soffione portandosi dietro tutti i miei ricordi, era come se ogni singolo getto racchiudesse un pezzetto del mio passato e questo ritornasse in mio possesso non appena l’acqua entrava in contatto con la mia testa, l’incantesimo era svanito, la momentanea amnesia causata dall’alcool si stava squarciando rivelando sprazzi di realtà.

Adesso ricordavo tutto, e come averi potuto dimenticarlo, quella maledetta sera era come un film in proiezione continua dentro alla mia testa, la cena, il furibondo litigio con mia moglie, sempre la solita storia: io che trascuravo lei e nostro figlio, che ero innamorato solo del mio lavoro, che non facevo che tradirla con tutte le puttanelle di cui amavo circondarmi, e poi il mio braccio che si alza, la mano che la colpisce sul viso, il labbro che si spacca, le gocce di sangue sulla camicetta bianca e lei che mi guarda come se avesse davanti uno sconosciuto.

In vita mia non avevo mai alzato le mani su di una donna e lo avevo fatto con l’unica che avessi mai amato, perché a modo mio l’amavo, l’amavo nell’unico modo di cui ero capace e avevo perso il controllo perché sapevo che aveva perfettamente ragione, ogni volta era come vedermi in uno specchio magico che prendeva l’immagine dell’uomo vincente e restituiva tutto il marcio e lo schifo che ci stava dietro.

Avrei voluto chiederle scusa, supplicarla di perdonarmi, ma ero rimasto li impalato mentre lei andava a prendere Marco e poi usciva di casa, neanche due ore dopo la telefonata che mi avvisava dell’incidente.

La vita è fatta di attimi, tanti piccoli infinitesimali attimi che si concatenano e compongono il filo della nostra esistenza, nessuno ci pensa, sprechiamo il nostro tempo a pianificare, a scegliere, a programmare, senza renderci conto che sono gli attimi quelli che decidono tutto.

Se uno si fermasse a riflettere lo capirebbe, ma siamo troppo presi dalla nostra frenesia del controllo, dell’autodeterminazione, dall’idea dell’essere padroni del nostro destino, sono tutte stronzate, una massa di stronzate che ci raccontiamo solo per nasconderci la verità, noi esseri umani siamo fatti così, ci caliamo un velo davanti agli occhi quando lo spettacolo che abbiamo davanti ci è insostenibile.

Supponete che alla nascita qualcuno vi prenda da parte e vi riveli la verità, sai mio caro, questa che vedi davanti a te e la tua vita, sappi che tu non avrai nessuno controllo su di essa, per quanto ti possa affannare, non riuscirai mai ad esserne completamente padrone, perciò mettiti l’animo in pace e pensa che in qualsiasi momento tutto quello cha hai, tutto ciò per cui hai faticato, per cui ti sei dato da fare, per cui hai sudato sangue ti potrà essere portato via, un battito di ciglia e quando riaprirai gli occhi niente sarà più come prima. Be io credo che se qualcuno avesse davvero il coraggio di farvi questo discorso vorreste rientrare subito nel caldo nulla da cui siete usciti.

Io tutto questo lo avevo imparato quella sera, sarebbe bastata un attimo, un cenno, forse anche un colpo di tosse, un’esitazione di lei nell’uscire dalla porta e sarebbe arrivata a quell’incrocio una paio di secondi dopo, quello che bastava per non essere travolta dal SUV che non aveva rispettato lo stop.

I giorni successivi all’incidente mi era sembrato di vivere come in un sogno, avevo quasi la sensazione che tutto quello non stesse succedendo a me, che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato e ingiusto. Le ore passate al pronto soccorso, fuori dalla sala operatoria, nella sala di aspetto della rianimazione in attesa di vederli, la sensazione di impotenza di inutilità.

In quelle ore tremende avevo preso la decisione di vivere gli attimi invece di programmarli, avrei abbandonato la guida dell’azienda, venduto tutti gli appartamenti in città e sarei tornato al mio paese, l’unico posto dove avremmo potuto sentirci veramente a casa e stare insieme, questa volta per sempre. Così avevo fatto, quello era l’ultimo viaggio in città, era passato un anno dal giorno dell’incidente, ma alla fine ero riuscito a sistemare tutto.

continua…

La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

– Lorenzooooo…. – un soffio di vento mi arrivò all’orecchio sussurrando il mio nome, – Lorenzooooo…. – ancora lo stesso sussurro, avevo paura di riaprire gli occhi, mi sentivo il corpo stranamente intorpidito e non avvertivo più nessun contatto. Non sentivo la superficie del pavimento, non sentivo la sensazione disgustosa del vomito sotto il mio addome, a dir la verità l’unica cosa che riuscivo a percepire attraverso i miei sensi era quel sussurro.

Dovevo aprire gli occhi, forse qualcuno era entrato nella stanza e mi aveva trovato li steso, dovevo dargli un segno di vita, fargli capire che non ero morto. Provai ad aprire gli occhi, ma ancora una volta le parti del mio corpo si rifiutarono di obbedirmi e rimasi immerso nel buio più totale. Un senso di disperazione e impotenza iniziò ad avvolgermi, avrei voluto mettermi a piangere, quand’era l’ultima volta che avevo pianto? Non riuscivo a ricordarlo, mi sembrava di non aver mai pianto davvero, qualche lacrima di circostanza ai funerali, ma niente di più.

Piangere era solo una perdita di tempo, e poi piangere per cosa? Per la scomparsa di un amico? Per le tragedie della vita? Indebolirsi nelle lacrime lasciandosi andare, perdendosi nell’autocommiserazione. Chi piange cerca solo il conforto degli altri è un debole che non riesce a superare gli ostacoli della vita, i vincenti, i forti, quelli come me non piangono non hanno bisogno delle lacrime. Per me piangere era sempre stato solo un esercizio pratico, una secrezione delle ghiandole lacrimali, un’arma per influenzare gli altri.

Da piccolo piangevo per ottenere quello che volevo o per impietosire i miei genitori quando rischiavo una punizione troppo severa. Piangere era facile, bastava concentrarsi e lasciare che le lacrime rigassero il volto. Mi divertivo a vedere il mutamento delle espressioni del viso che passavano dalla rabbia al senso di colpa: le rughe sulla fronte che si rilassavano, cambiavano la loro curvatura, le sopracciglia che si alzavano e gli occhi che si inumidivano, le mani pronte a impartire la giusta punizione che finivano per accarezzarmi la testa. Era uno spettacolo davvero spassoso. Naturalmente riuscivo ad esercitare il mio potere piangendo solo raramente, sapevo che se avessi pianto ogni volta alla fine le mie lacrime non avrebbero più impietosito nessuno.

Crescendo poi raffinai la mia arte riservandola esclusivamente alle ragazze che frequentavo, piangevo per portarle a letto, per evitare che mi lasciassero e per legarle ancora di più a me. Avevo scoperto in fretta l’effetto che le lacrime avevano sull’altro sesso, specialmente se queste uscivano dagli occhi di un uomo che sembrava una roccia. Le ragazze e le donne erano diventate il gioco della mia adolescenza prima, e della mia maturità poi. Mi piaceva cambiare spesso, passando da una relazione all’altra, senza il minimo scrupolo o il minimo riguardo per i loro sentimenti. Sapevo quali tasti toccare, cosa dire e come muovermi. Scommettevo con me stesso sul tempo che mi ci sarebbe voluto per portarmele a letto, di solito ci riuscivo alla prima sera e difficilmente superavo la seconda senza ottenere risultati.

Benché non avessi il minimo interesse per la persona che avevo accanto non accettavo di essere lasciato e per questo facevo sfoggio della mia arte: piangevo, riuscendo ogni volta a far leva sui loro sensi di colpa. Ma adesso, forse per la prima volta nella mia vita, sentivo la voglia di piangere davvero, senza nessun pubblico da impietosire o da far sentire in colpa. Avevo solo voglia di lasciarmi andare, affidando alle lacrime tutta l’angoscia, la paura e la disperazione che mi attanagliavano.

– Lorenzoooo… – ancora quel sussurro, dovevo riuscire ad aprire gli occhi, a vedere chi mi chiamava, solo dopo alcuni sforzi per spalancare le palpebre mi resi conto che gli occhi erano già aperti, solo che non vedevano altro che oscurità, un’oscurità così densa da sembrare quasi irreale. Forse ero svenuto e adesso era notte, ma anche se fosse stata notte non era possibile un buio del genere, almeno un raggio di luce doveva filtrare dalle finestre, qualcosa dovevo riuscire a vedere. Ma allora dove mi trovavo? Cosa mi era successo? Ero morto, ecco cosa mi era successo, quello che fino ad ora era solo un’ipotesi aveva preso forma ed era diventata realtà.

Ero morto in una schifosa stanza di albergo, steso sopra il mio stesso vomito, mi immaginavo già i titoli dei giornali, la mia immagine di uomo forte ne sarebbe uscita distrutta: “Lorenzo Strada trovato morto in una camera d’albergo. Il manager è stato trovato nudo e disteso sopra il suo stesso vomito”, ma in fondo che me ne fregava tanto ero morto.

Allora era questo l’inferno, era vera la storia della legge del contrappasso, ero stato così pieno di me in vita che adesso mi aspettava il niente, il vuoto assoluto. Il pensiero di dover passare l’eternità sospeso in quella non esistenza mi gelò le viscere, c’era di che impazzire, e forse era anche la mia unica via di fuga, una lucida follia che mi avrebbe sottratto alla mia pena.

– Lorenzoooo… – ancora quella voce, quella specie di sussurro, questa volta mi fece rabbrividire, – alzati Lorenzo, mettiti in piedi.. -d’istinto obbedì alla voce e provai ad alzarmi. Con mia grande sorpresa ogni parte del mio corpo obbedì agli ordini impartiti dal cervello e in un attimo mi ritrovai in piedi. Mi sentivo leggero e continuavo a non avvertire il contatto con il pavimento,

– bravo Lorenzo lo vedi che se ti impegni riesci a fare tutto quello che vuoi –

Questa volta vidi da dove era partita la frase, all’improvviso due labbra rosso fuoco erano apparse dal nulla e avevano vomitato le parole, le avevo viste uscire, prendere forma, danzare e ancora prima di averne udito il suono sapevo già cosa dicevano.

– Chi sei? – nelle mie intenzioni la frase doveva assumere un tono autoritario e di sfida, ma le parole uscirono incerte e balbettanti, permeate dalla paura che mi avvolgeva da quando avevo iniziato a stare male.

– Ma come Lorenzo, non mi riconosci? Sono molto delusa da te, ci siamo frequentati per mesi e nemmeno mi riconosci? –

Due occhi verdi comparirono, o meglio si spalancarono al di sopra della bocca. Riuscì a fissarli solo per un attimo poi provai a distogliere lo sguardo, ma dovunque mi voltassi lo sguardo verde era li che mi aspettava. Serrai le palpebre, ma lo sguardo non scomparve: era davanti a me, dietro di me, dentro di me, tanto valeva riaprire gli occhi.

– Che c’è Lorenzo, non riesci a reggere il mio sguardo? Ma come proprio tu? Un uomo grande e grosso come te. Uno che si è sempre divertito a esercitare il suo potere anche con lo sguardo. Uno che gode nel veder l’interlocutore cercare rifugio sul colletto, sulle mani o su qualsiasi altro particolare che non siano i suoi occhi. –

Una risatina in falsetto mise un ghirigoro svolazzante alla fine della frase.

– Chi seiiiii – le parole mi uscirono in un unico movimento dalla bocca, si gonfiarono fino ad esplodere liberando un onda sonora che per un attimo animò il nulla in cui ero sospeso. La bocca indietreggiò appena, gli occhi si distanziarono danzando nel vuoto e tornarono subito al loro posto. Se a quell’insieme di occhi e bocca avessi potuto associare un’espressione avrei giurato che si stessero divertendo un mondo.

Come per dare una conferma ai miei pensieri, le labbra si ritirarono scoprendo due file di denti bianchissimi e una risata prese a volteggiarmi intorno. Una fila interminabile di a e di h si rincorrevano facendomi ondeggiare e man mano che si muovevano aumentavano di dimensione lanciando il loro suono sempre più alto. Alla fine il rumore era così forte che gli orecchi iniziarono a farmi male

– Basta ti prego, bastaaa – le mie parole sembravano granelli di polvere in confronto alla risata della bocca, appena uscite si scontrarono con una delle a e andarono in mille pezzi. La risata iniziò a diminuire di intensità, nonostante tutto la bocca doveva aver sentito la mia supplica.

– Che c’è Lorenzo? Non ti senti più così forte, vero? Hai paura? Su dillo, a me puoi dirlo ti giuro che nessuno verrà a saperlo – quella voce si insinuava nelle mie orecchie ma più che sentirla davvero la percepivo, era come se mi venisse da sotto la pelle. Mai in vita mia mi ero sentito sotto giudizio come con quella voce, mi sentivo nudo, senza difese, la bocca mi conosceva e la sua voce mi rendeva trasparente.

– Chi sei? Cosa vuoi da me? –

– Ah Lorenzo, Lorenzo! Stai diventando monotono, non riesci a dire altro? Chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi… sei una delusione, davvero! Credevo che un uomo brillante come te avesse delle domande più intelligenti. –

La bocca si distese mostrandomi di nuovo i suoi denti bianchissimi, e l’aria intorno al contorno immaginario del viso prese ad animarsi, vi si potevano distinguere delle distorsioni simili a quelle provocate dal riscaldamento dell’asfalto in estate. Dei granelli rossi iniziarono ad addensarsi in prossimità degli occhi formando una struttura di vene e arterie, potevo vedere chiaramente il sangue che vi scorreva all’interno. Dopo le vene arrivarono i muscoli e si intrecciarono sulla fronte, nelle guance, ricoprendo a poco a poco tutta la superficie di quella struttura ossea invisibile. Infine arrivò anche la pelle, rosea e delicata e con essa prese finalmente a delinearsi una fisionomia che mi pareva familiare. Come tocco finale arrivarono i capelli, neri e lisci, e l’opera fu completata.

Il viso che adesso mi fissava, con quegli occhi verdi, si era fatto triste, e una vena di malinconia, o forse di rimpianto attraversava le iridi chiare. I capelli si stendevano allargandosi su spalle inesistenti e si perdevano nel nero in cui eravamo sospesi. Quel viso io lo conoscevo, ne ero sicuro, quegli occhi così dolci e così tristi, il naso sottile, le narici nervose, le labbra carnose, tutto mi era familiare. Una lacrima prese a formarsi all’estremità dell’occhio sinistro, un addensarsi di liquido che si gonfiò fino ad essere troppo pesante per rimanere attaccato alle ciglia e prese a scendere lenta, mentre una nuova lacrima si stava formando sull’altro occhio. Il viso stava piangendo senza fare nessun rumore, nemmeno un singhiozzo che accompagnasse tutto quel dolore.

– Lorenzo – un bisbiglio che riuscì appena ad udire, ma il suo effetto fu più devastante di tutte le altre parole pronunciate fino ad allora. Quella voce mi gelò le viscere, paralizzandomi, come avevo fatto a dimenticare? Come era possibile che non l’avessi riconosciuta immediatamente? Virginia, la dolce, tenera e indifesa Virginia. Era li, mi fissava e tutto il dolore che aveva sopportato gli stava uscendo dagli occhi, goccia dopo goccia.

Era passato così tanto tempo e io l’avevo sepolta sotto strati di ricordi polverosi, sigillata in modo che il suo ricordo non potesse interferire con la mia vita. Ricordarla adesso era come compiere una operazione di archeologia: avevo tolto il coperchio ad un sepolcro di pietra e adesso mi stavo addentrando fra i reperti del passato. Senza neanche rendermene conto avevo iniziato a piangere anche io, era come se il suo dolore mi penetrasse nel profondo dell’anima, forse era questo che si intendeva per empatia, una parola che fino a quel momento mi aveva sempre fatto sorridere, la trovavo buffa, insignificante, ma adesso sentivo il suo dolore come una lama che mi stava affondando dentro.

Virginia si era uccisa tagliandosi le vene, nessun messaggio, nessuna accusa, l’aveva trovata il marito al suo rientro dal lavoro, erano sposati e avevano un figlio di sei anni, nessuno aveva mai capito il motivo di quel gesto, nessuno tranne me.

Per me lei era stata un passatempo come tante altre prima e dopo di lei, ma per lei non era stato così, le avevo fatto perdere la testa, non mi ci era voluto molto, un marito assente, una vita noiosa, era stato facile sedurla facendole credere che era la donna della mia vita, che quello che provavo per lei era unico, bla, bla, bla.

E’ buffo come anche le persone razionali, con i piedi ben piantati in terra si lascino prendere in giro dalle lusinghe, sentendo e vedendo solo quello che vogliono sentire e vedere. Io le avevo solo aperto gli occhi su quello che era diventato il suo matrimonio, una stanca, inutile, routine, alla fine si era convinta che sarei fuggito con lei, era pronta anche a lasciare suo figlio. Il problema era che io mi stancavo presto e, dopo i primi mesi di passione, la minestra si era raffreddata in fretta, così una sera le avevo detto tutto, che non solo non l’avevo mai amata ma che in fondo per me era stata solo una scopata e neanche la migliore.

Eravamo a casa mia, lei era rimasta in silenzio e mi aveva guardato come adesso, con quello sguardo carico di dolore, mi ero aspettato la solita piazzata e invece non aveva aperto bocca, quello sguardo fisso e poi le lacrime, sempre senza un rumore, si era voltata ed era uscita dalla mia vita e dalle vite di tutti quelli che la conoscevano e le volevano bene. Due ore dopo suo marito l’aveva trovata in un lago di sangue dentro alla vasca del bagno.

Io avevo passato una settimana senza riuscire a dormire, per la prima volta in vita mia ero stato assalito dai sensi di colpa, continuavo a vedere quello sguardo ovunque, la notte me la sognavo avvolta in un sudario di sangue che veniva da me per portarmi via l’anima, ma alla fine il mio innato egoismo aveva avuto la meglio, mi ero detto che se non fossi stato io sarebbe stato qualcun altro e che in fondo se si era suicidata non era un problema mio, era solo perché era troppo debole per vivere.

Nel giro di qualche settimana ero tornato alla mia solita vita e, a parte qualche raro incubo, mi ero scrollato di dosso il ricordo di lei con la stessa indifferenza con cui un cane bagnato si scrolla la pelliccia.

– Adesso capisci Lorenzo, adesso finalmente sai cosa si prova, cosa prova chi rimane, vero? Adesso sai quanto fredda e gelida può essere la notte, quanto lunghe possono essere le ore. Adesso anche tu sai cosa vuol dire essere in viaggio per l’inferno. Io ti ho odiato con tutte le mie forze e mentre sentivo la vita che usciva dalle mie vene pregavo che tu un giorno provassi quello che stavo provando io. Ma ora mi rendo conto di quanto vuota e inutile sia la vendetta, spero solo che tu possa finalmente trovare la pace, perché nonostante tutto io non ho mai smesso di amarti –

Il viso si mosse, venne verso di me e mi baciò la fronte, poi, così come era apparso, si dissolse nel buio.

La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

La visita (al pub)

Ero in piedi, senza nemmeno rendermene conto avevo percorso metà dello spazio che separava il letto dalla porta del bagno, non avevo idea di quanto tempo fosse passato, ne di come avessi fatto a mettermi in piedi, ma in fin dei conti non me ne importava, tutto quello che volevo era farmi una doccia.

Le cose, però, non erano così semplici, le parti del mio corpo erano di nuovo in sciopero e io mi ritrovavo bloccato nel bel mezzo della stanza, senza riuscire a muovermi ne avanti ne indietro. Forse stavo davvero male, forse qualcosa aveva iniziato a rompersi all’interno della mia testa, magari una piccola vena difettosa, forse un’emorragia, forse fra un po’ sarei stramazzato al suolo in preda alle convulsioni.

La paura iniziò a farsi strada partendo dal centro dello stomaco, attraverso le viscere e salendo su, fino al cervello. Nuovamente iniziarono ad arrivare le immagini. Questa volta però non erano ricordi, erano visioni del futuro, un futuro prossimo, immediato, un futuro che non ci sarebbe stato. Vedevo me stesso steso sul pavimento fra il letto e il bagno, immobile, la pelle livida, un espressione di terrore dipinta sul volto. La bocca semiaperta in un ultimo disperato tentativo di chiedere aiuto.

Di nuovo la realtà squarciò il velo della fantasia, adesso ero vicino alla porta del bagno, e stavo camminando lentamente, finalmente i piedi si muovevano, ero affascinato dal loro movimento. Su la gamba e giù il piede, su l’altra gamba e giù l’altro piede, avrei potuto continuare a farlo per l’eternità, su la gamba, giù la gamba, ancora e ancora.

Mi sentì rincuorato, avevo qualcosa che mi legava alla realtà, un semplice movimento fatto senza nemmeno pensarci mi stava restituendo alle cose vive, mi stava dicendo che ero sveglio e che non c’era nessun fantasma.

Entrai nel bagno, intenzionato a farmi una lunga doccia, ma appena i piedi toccarono le fredde piastrelle del pavimento mi bloccai di nuovo, le ginocchia si piegarono e mi ritrovai a terra, appoggiato sulle mani. Nell’istante in cui queste presero contatto con il pavimento, la bocca si spalancò e restituì la cena della sera precedente, accompagnata dai numerosi drink che l’avevano seguita. Fui scosso da violenti conati di vomito, nello sforzo di svuotarmi gli occhi tentarono di uscire dalle orbite e grosse lacrime presero a scendermi lungo il viso, il pulsare sordo nella testa aveva aumentato improvvisamente la sua intensità.

Anche se svuotato del suo contenuto, lo stomaco continuava a contorcersi e a spingere come se avesse voluto sputare fuori tutto il marcio che si era accumulato negli anni. Eliminata la parte organica adesso stava tentando di espellere le immagini, i ricordi, i pensieri, un’epurazione totale della mia anima stava cercando di passare dalla bocca, per un istante ebbi la certezza di vedere voci, suoni e scene del passato prendere forma e uscirmi dalla bocca spalancata. Un ultimo lungo conato mi soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni, le mani persero il loro attrito con le piastrelle e mi ritrovai steso sopra il mio stesso vomito.

Nella mia testa era scoppiata la terza guerra mondiale, i neuroni dell’emisfero destro erano entrati in conflitto con quelli dell’emisfero sinistro, la parte razionale aggrediva la fantasia, i due eserciti si stavano fronteggiando senza esclusione di colpi. Gli scontri erano al culmine: bordate di artiglieria pesante mi stavano demolendo le tempie, l’aviazione ronzava sganciando le sue bombe su tutta la superficie disponibile, gli occhi si erano arrovesciati all’indietro per cercare un riparo dalla furia della battaglia, le mani, fuori da ogni controllo, cercavano appigli nell’aria.

Ormai ne ero certo, dovevo avere un emorragia cerebrale, stavo morendo, il mio cervello stava morendo, annegato nel mio stesso sangue. D’improvviso la battaglia cessò, così come era iniziata, aviazione e artiglieria si ritirarono e un velo di oscurità venne a dare sollievo agli occhi.

La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

La visita (al pub)

La visita (la cameriera)

Ancora una volta i ricordi arrivarono come un’ondata. Immagini confuse della sera precedente mi ballavano davanti agli occhi, era come dover ricostruire un puzzle senza essere sicuri di avere tutti i pezzi. Lentamente le scene iniziarono ad allinearsi, era come se il film impazzito che mi veniva proiettato in testa avesse ritrovato la sua naturale velocità.

La cosa inquietante era che vedevo quello che mi succedeva, come un qualsiasi spettatore, ero fuori dal mio corpo e mi osservavo: avanzavo barcollando per la strada, sembrava quasi che stessi seguendo un percorso invisibile che solo io potevo vedere. Fortunatamente la strada era quasi deserta e i pochi passanti riuscivano ad evitarmi senza problemi, dai locali che fiancheggiavo una marea di suoni diversi si riversano nella notte mescolandosi e coprendone il silenzio.

Alla fine voltai bruscamente a destra e mi infilai in una delle tante porte aperte, l’atmosfera all’interno era buia e fumosa, la gente si accalcava lungo il bancone cercando di far sentire la propria ordinazione sopra alle altre. Mi feci largo spintonando e strattonando, ogni volta che urtavo qualcuno biascicavo frasi incomprensibili di scuse, gli sguardi carichi di odio si stemperavano vedendo i miei velati dai drink che dovevo aver già bevuto.

Lentamente riuscì a guadagnarmi un posto in prima linea, appena raggiunto il bancone iniziai a gridare – Un  Mojito – con tutto il fiato che avevo in corpo, i miei vicini di gomito mi lanciarono occhiate di fuoco, ma questo non bastò a scalfire la mia voglia di bere. Le mie urla scomposte sovrastavano tutte le altre, tanto che il barman si voltò verso di me facendomi cenni per indicarmi che aveva capito.

Rassicurato sulla preparazione del mio drink iniziai a voltare la testa per vedere meglio il locale, le pareti erano senza intonaco e appesi in ordine sparso vi trovavano posto quadri che ritraevano scene campestri e attrezzi agricoli. Ampie travi in legno attraversavano il soffitto, da queste si staccavano in linee ordinate una serie di faretti che percorrendo una lunga esse ricoprivano tutta la superficie della stanza.

La luce riusciva a malapena a filtrare attraverso la coltre di fumo che impregnava l’aria del locale. Il bancone occupava per tutta la sua lunghezza la parete che si trovava a fianco dell’entrata. Dietro di esso il barman si muoveva con gesti sicuri e misurati, come se non avesse fatto altro dal giorno della nascita, sembrava che bottiglie, shaker e bicchieri fossero un estensione delle sue braccia.

Depositò il bicchiere sopra il legno davanti a me e subito riprese a trafficare con le sue bottiglie per accontentare gli altri clienti. L’inquadratura strinse sul bicchiere, potevo vederlo chiaramente, era pieno fino all’orlo, una mano lo prese e iniziò ad alzarlo lentamente, il suo bordo percorreva lo spazio che lo separava dalla mia bocca. All’improvviso la scena si bloccò e il bicchiere rimase sospeso a mezz’aria, la pellicola si era inceppata di nuovo, la scena iniziò a dissolversi gradualmente e dagli squarci iniziarono a far capolino pezzi della stanza in cui mi trovavo.

continua…

La visita (al pub)

La visita (la cameriera)

La visita (il risveglio)

Ero ancora immerso nei miei pensieri, concentrato sulla cornetta che non smetteva di vomitare la sua nenia ipnotica, quando una serie di piccoli colpi alla porta mi fece sussultare. La serie si ripeté ancora una volta, non riuscivo a capire che cosa fosse, non mi ricordavo perché ero li, cosa ci facevo, sapevo solamente che mi aspettava un lungo viaggio.

La voce che si materializzò al di là della porta mi riportò finalmente alla realtà: -Signore la colazione… – la massa dei ricordi invase ogni angolo del mio cervello, come se fosse stata richiamata da quella voce dolce e sottile. Immagini della sera prima, del giorno prima, della settimana prima, si affollavano senza soluzione di continuità, sovrapponendosi e confondendosi. La voce scaturì dal legno ancora una volta: -Signore, la colazione…- adesso alla dolcezza iniziale si era aggiunta una sfumatura di impazienza, la potevo sentire chiaramente, faceva capolino dalle consonanti messe in ordine e scandite con diligenza.

Era incredibile come riuscissi a percepire tutti quei particolari, potevo addirittura sentire il tamburellare nervoso delle sue dita sul carrello della colazione, il ritmo costante del suo respiro, il fastidio per dover stare ad aspettare li fuori. All’improvviso tutti quei particolari confluirono nello stesso punto, ed iniziarono a creare un immagine reale della persona che attendeva il mio permesso per entrare. Iniziò a formarsi dalle labbra, sottili ma ben disegnate, sensuali quanto bastava per risvegliare un desiderio maschile, labbra dolci che danzavano sotto un naso leggermente allargato al livello delle narici, gli occhi chiari, guizzanti, che continuavano a spostarsi dalla porta al carrello, all’orologio. I capelli neri raccolti dietro alla testa mettevano in risalto l’ovale perfetto del viso.

Per la terza volta la mano della cameriera si scontrò con il legno verniciato della porta: -Signore la colazione…- quasi urlato. Questa incursione della realtà disgregò completamente l’immagine che si stava formando, le labbra si piegarono verso il basso, gli occhi furono inghiottiti dal richiudersi della fronte sul mento e di quel volto gradevole rimase solamente un punto al centro della pagina bianca che si era aperta nella mia immaginazione.

Ma cosa mi stava succedendo? Non mi ero mai sentito così lontano dalla realtà, dovevo fare qualcosa, dare un segno, dimostrare che non ero uno spettro generato dagli incubi di chi era passato da quella stanza prima di me. Finalmente l’aria uscì dai miei polmoni e fece vibrare le corde vocali, quello che si materializzò appena fuori dalla bocca fu un lungo rantolo, che avrebbe dovuto essere la risposta alla voce che attendeva paziente. Nonostante tutto il mio segnale di vita riuscì ad attraversare la porta arrivando fino alla cameriera.

-Signore va tutto bene ? –
La voce adesso aveva perso la venatura di impazienza e la dolcezza iniziale aveva lasciato il posto ad un tono preoccupato.
– Signore mi sente? va tutto bene?…-

– Certo che va bene, va tutto bene, è solo che non so più se questa è la realtà o sto ancora dormendo e sono qui seduto su questo cazzo di letto senza avere la più pallida idea di come ci sono arrivato e di cosa stia facendo qui. So solamente che devo viaggiare, ma tutto il mio corpo si rifiuta di obbedirmi, nessuna delle sue parti fa più quello che le viene ordinato –

Questo è quello che il mio cervello mise insieme e trasmise attraverso le terminazioni nervose a diaframma, corde vocali e lingua, ma tutto quello che uscì dalla mia bocca fu uno striminzito – Si – si? Solo si, ma cosa sta succedendo? Mi sentite organi merdosi? Voi siete stati creati per obbedirmi, il meccanismo è semplice, il cervello lavora, pensa, crea le idee, le mette insieme, le raffina e quando sono pronte attiva i nervi, e voi dovete solo obbedire. Non è poi così difficile, chi vi da il diritto di fare di testa vostra? Come vi permettete di interpretare gli ordini del grande capo? Adesso voi completate la frase così come era stato deciso.

– Si va tutto bene..- no maledizione, no, non ci siamo.
– Signore, potrebbe aprirmi la porta? Le ho portato la colazione – adesso la preoccupazione era scomparsa, sopraffatta di nuovo dall’impazienza di chi non ha tempo da perdere con un coglione che non vuole saperne di aprire una porta.

– Entri pure – La porta si aprì con un leggero scatto e la cameriera spinse dentro il carrello con la colazione. Mi voltai quel tanto che bastava per osservarla ed accorgermi che non corrispondeva affatto all’idea che mi ero fatto di lei, era bassa e tarchiata, il viso paffuto incorniciava degli occhietti piccoli e sfuggenti. Un naso enorme terminava sopra una bocca sottile dalle labbra quasi inesistenti.

Spinse il carrello al centro della stanza, nonostante la corporatura massiccia si muoveva in modo veloce e con movimenti dolci e aggraziati, la guardavo versare il caffè nella tazza e sistemare i piatti sopra al vassoio. Le mani piccole e paffute terminavano in dita curate che danzavano nell’aria mentre portava a termine il suo lavoro, era come assistere ad uno gnomo che ti serve la colazione. Alla fine si voltò e scomparve oltre la porta. Io rimasi a fissare lo spazio fra il carrello e la parete, non ero affatto sicuro che qualcuno lo avesse spinto fin li e la cameriera non fosse che un frutto della mia immaginazione.

La sensazione di disagio che mi aveva assalito da quando mi ero svegliato era aumentata, non riuscivo più a capire quali delle cose che mi circondavano fossero reali. Dovevo sciacquarmi il viso, forse un po’ d’acqua fresca sarebbe servita a schiarirmi le idee.

continua…

La visita (la cameriera)