Muse Drones Tour

Muse Drones tour 2016 FilaforumThe Handler Drones tour 2016 Filaforum

Chi mi conosce sa del mio amore viscerale per la musica, un amore antico che affonda le sue radici nella mia infanzia, nelle musicassette che il mio babbo metteva sul 128: il mangianastri era l’unico lusso su quella macchina fatta di spessa lamiera e interni minimali come quelli di una Trabant in piena guerra fredda. Nonostante i viaggi lunghi e scomodi, privi di ogni apparato che garantisse la nostra incolumità, oppressi dal caldo soffocante d’estate e dal freddo, a malapena attenuato dal riscaldamento odorante di motore, d’inverno, la musica mi proiettava in un mondo fantastico che faceva scomparire ogni disagio.

Bellamy Drones tour 2016 Filaforum

Da allora quell’amore è cresciuto, senza mai fermarsi, arricchendosi di esperienze, passando attraverso il rock, il punk, il metal, i concerti fatti di ore di attesa, in piedi, sotto il sole o la pioggia, dentro ai palazzetti, nei teatri, macinando centinaia di chilometri, tutto per provare quel brivido, quell’emozione, quell’immersione totale nella musica.
Per sentire sulla pelle il basso e la cassa, vibrando di musica, lasciando che ti entri dentro, perché un concerto non lo ascolti ma lo vivi, lo respiri, lo tocchi e ogni volta è un miracolo che si ripete.

Muse Drones tour 2016 FilaforumMuse Drones tour 2016 Filaforum

E così è stato anche l’altra sera al Forum, dove per due ore i Muse ci hanno portati in un mondo fatto di passione, intensità, violenza e dolcezza, uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie che ha contratto il tempo facendolo volare sulle note della loro musica. Lasciandomi dentro quella fame che si sazia solo per qualche ora e si rinnova sempre in attesa del prossimo concerto di cui nutrirsi

Muse Drones Tour

Finché la barca va

Come già detto in un precedente post, sono stato a teatro a vedere Migone, ad un certo punto dello spettacolo il buon Paolo ha citato Orietta Berti in merito alla sua hit più famosa, che tutti sicuramente conosco, e di cui vado a riportare uno stralcio

Finché la barca va, lasciala andare, finché la barca va, tu non remare, finché la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà.

E lì mi si è accesa la lampadina, io ho sempre pensato che fosse solo una stupida canzonetta d’amore e invece è un inno all’italico degrado, un mantra della decadenza, un incitamento all’autodistruzione.

Non fa altro che raccontare quello che abbiamo fatto negli ultimi quarant’anni, siamo rimasti immobili ad assistere alla barca che navigava in acque sicure, convinti che sarebbe andata avanti all’infinito senza bisogno di fare nulla, se non stare a guardare.

Però il mare non è stato a guardare, si è ingrossato, con il passare del tempo le onde si sono fatte sempre più alte e la barca ha iniziato prima a dondolare, e poi ad andare sotto. Allora ci siamo decisi a prendere dei secchi per provare a ributtare fuori l’acqua che entrava, solo che i nostri secchi erano bucati e la barca faticava sempre di più a tenere la rotta.

Adesso siamo qui, su questa barca mezza affondata, sperando che arrivi un capitano in grado di riportarla in acque sicure, perché a noi, nonostante tutto, finché la barca va ci piace starla a guardare.

Finché la barca va

Il tocco

L’altro giorno ero a casa di mio fratello, e mi sono ritrovato a tenere in collo mio nipote Alessandro. È stata una sensazione strana ritrovarsi di nuovo tra le braccia un frugoletto di pochi kg. Ma ancora più strano è stato addormentarlo.

Dopo che ci avevano provato, senza successo, la nonna e la mamma, mi sono offerto io. Me lo sono preso in braccio e ho iniziato a cantargli No sound but the Wind.

Questa canzone mi ha sempre dato un senso di pace, e ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto se qualcuno me l’avesse cantata per farmi addormentare. Inoltre la cantavo sempre anche alla piccola sabotatrice e con lei funzionava.

È incredibile come la musica si porti dietro, indissolubilmente, immagini, sensazioni, ricordi. Per me questa canzone è la sensazione del calore di un corpicino abbandonato sulla spalla, del respiro pesante e regolare del sonno, del procedere lentamente avanti e indietro, del cullare dolcemente, della penombra.

Un mondo ovattato in cui lasciarsi andare al sonno, abbandonandosi al suono della voce, affidandosi alle braccia di chi ti vuole bene, con la tacita promessa che sarà ancora lì quando riaprirai gli occhi.

È così, alla fine, Alessandro si è lasciato andare addormentandosi sulla mia spalla, rendendomi uno zio orgoglioso che ha ancora il suo tocco…

Il tocco

The Big White

The Big White è un film che amo per diversi motivi, prima di tutto è una commedia nera, credo che possa definirsi così, poi è girato fra il Canada e l’Alaska, con distese infinite di candida neve che evocano atmosfere surreali, così come sono surreali i personaggi e infine perché ha una colonna sonora molto suggestiva. Un esempio di come la musica faccia parte dell’ambientazione riuscendo a fondersi e ad esaltare il senso di surreale evocato dalla neve.

Il motivo però che me lo fa ricordare di più è Getting Away With It (All Messed Up), una canzone dei James.

Mi ricordo come se fosse adesso i brividi che partirono dal collo e si propagarono per tutta la spina dorsale quando partì la chitarra, mi ritrovai incatenato a quella canzone già dalle prime note, fu come essere proiettato all’interno di quell’universo candido, etereo. Un senso di leggerezza e malinconia riempì la stanza e mi entrò sotto la pelle, accarezzandola.

Le stesse sensazioni le provo ancora oggi quando l’ascolto, però accresciute, amplificate dai ricordi, le emozioni e i sentimenti che le si sono attaccati addosso in tutto questo tempo.

Perché la musica fa così, ti mette le radici dentro. Ci sono delle canzoni in grado di raccogliere pezzetti della tua esistenza e condensarli nelle loro note, per poi liberateli dentro quando le riascolti. Un flusso di emozioni, sensazioni e immagini che viaggiano attraverso le vibrazioni sonore.

Canzoni che non vorresti mai smettere di ascoltare.

The Big White

L’assenza

L’assenza non è nella mancanza ma nella presenza, nei dettagli, negli odori, nei sapori, nei colori, nei rumori.
L’assenza è nei quadri appesi alle pareti, nelle cose scelte insieme, negli orologi fermi, nelle lampade.
L’assenza è fra i cuscini, avvolta nelle lenzuola.
L’assenza è nel silenzio, negli asciugamani rossi freschi di bucato.
L’assenza è nelle mani che non accarezzano più la pelle, l’assenza è nella luce tremolante delle candele.
L’assenza è nello sguardo che tocca le cose e le trasforma in ricordi.
L’assenza è nella musica che ti scende dentro e ti rivolta le viscere.
Se fosse mancanza svanirebbe, annegata nello scorrere del tempo e invece l’assenza è presenza, radicata ovunque ci sia stata vicinanza.

L’assenza

The Antlers – Kettering

The Antlers – Kettering

Perché la musica non la trovi, è lei che ti viene a cercare, ti scova, ti si attacca addosso e non ti lascia scelta, ha le chiavi dei tuoi ricordi, delle tue sensazioni, delle tue emozioni.

Non si fa annunciare, arriva e basta e ti prende, ti rivolta, ti entra dentro, sa chi sei, sa come farti vibrare. Ogni nota un immagine, una sensazione, un ricordo.

A volte è dolce, a volte è ruvida, a volte è passionale, a volte è tormentata ma ogni volta è ugualmente diversa nel farti rivivere te stesso

The Antlers – Kettering

Immaginificando

E’ da dicembre che non scrivo niente di nuovo su Fraublucher, in realtà è da un po’ che non imbratto di parole questo spazio digitale.
Prima c’era il treno, Piacenza Milano e Milano Piacenza, ore da riempire, viaggi infiniti senza una durata precisa. C’erano il caldo, il freddo, lo sporco, la puzza, la calca, le grida, i ritardi, la maleducazione c’era la voglia di accorciare il tempo, di piegarlo, dissolverlo fra mille parole e note sparate nelle orecchie.

Poi all’improvviso il tempo ha iniziato a contrarsi a diminuire e allora è rimasta solo la musica, che quella te la puoi portare ovunque, attaccata alle orecchie, sparata dalla radio della macchina, trasmessa dal telefono, la musica che non ti chiede niente se non ascoltare e a volte neanche quello.
E così piano piano le parole se ne sono andate, prima solo alcune, solo quelle più difficili come appropinquarsi o encefalico e poi anche quelle più facili, hanno iniziato a scomparire, a nascondersi. Gli articoli si sono portati via le preposizioni, i soggetti sono diventati irreperibili e le frasi hanno iniziato a sciogliersi come neve al sole, diventando sempre più inconsistenti.

Così quello che un tempo sembrava un processo indipendente dalla volontà, una creazione autonoma della fantasia che ti avvertiva quando voleva prendere vita e giustificarsi nelle parole scritte si è spento piano, piano o forse si è solo addormentato. Magari è ancora li, da qualche parte, solo un po’ stanco, fuori forma, abbattuto da dosi massicce di realtà, forse ha solo bisogno di un suo spazio, di una sua dimensione, di ricominciare a credere che tutto è possibile, che ci sono storie che meritano di essere raccontate.

Storie di Elfi dagli occhi rossi, di chi cerca il vero amore in un disegno di un bambino, di chi non si sente più il cuore nel petto, di chi perde tutto in un soffio di vento, di chi si fa cullare e portare via da un bozzolo caldo di pura energia, di chi crede e crederà sempre nelle favole. Forse basta solo ricominciare ad ascoltare, tendere l’orecchio a chi vuole raccontarti la sua storia per diventare reale, per acquistare forma e sostanza, perché alla fine non c’è niente di più vero dell’immaginazione

Immaginificando

Because of you

A causa tua non riesco a smettere di ascoltarti, a causa tua, nonostante tu non sia diversa da tante altre, è difficile spiegare quale sia il meccanismo, l’alchimia, forse la voce, forse la chitarra, forse quella cassa che ti martella nel petto, non lo so.

Ci sono delle canzoni che ti entrano così dentro, in profondità che non puoi far altro che ascoltarle e riascoltarle, ne senti quasi la mancanza, una droga sonora che da assefuazione, che è in grado di modificare la percezione del mondo circostante, che entrano in sintonia e si legano con il tuo sentire e ti basta chiudere gli occhi per ritrovarti in un mondo che è solo tuo.

I soliti elementi sentiti e risentiti che si presentano in nuove combinazioni, il riff di chitarra e di basso aprono la strada alla voce calda, sinuosa, che ti accarezza leggera e poi la pulsazione della cassa a scandire il passare del tempo, il charlestone a solleticare le orecchie fino al crescendo del ritornello, come una marea che ti sale dentro, una muraglia sonora dove le onde non ti bagnano ma ti investono con la stessa forza, schizzi di chitarra si mescolano alla voce tormentata e il frastuono dell’onda è la batteria, un mulinare di rullante, cassa e tom e i brividi non sono di freddo ma di piacere puro.

E’ un po come innamorarsi ogni volta, può essere un colpo di fulmine o un amore lento, di quelli che crescono piano piano, un pezzetto alla volta, ascolto dopo ascolto, un amore che si lega indossolubilmente ad un periodo della tua vita e si porta con se emozioni, ricordi, sensazioni il tutto racchiuso nelle vibrazioni che ti scorrono sotto la pelle e quando pensi di aver capito il meccanismo, la formula, ti ritrovi innamorato di qualcosa di completamente diverso.

La musica è questo, un catalizzatore di emozioni in grado di trasformarsi nella materia dei sogni, dei desideri, degli incubi, della disperazione, delle speranze, una vibrazione magica che attraverso le orecchie ti si riversa dentro entrandoti in circolo, depositando i suoi semi ovunque, semi che continueranno a germogliare e fiorire anche dopo anni.

Because of you

La volpe sposata

Samantha fox, ai più giovani questo nome non dirà nulla, ma a quelli che negli anni 80 attraversavano la difficile fase dell’adolescenza susciterà un mare di ricordi.

Quelle due bocce che saltellavano mentre lei cantava:

Touch me touch, touche me I want to feel your body

sono state l’oggetto dei sogni e delle fantasie di molti di noi. Sembrava quasi che fossero loro a cantare, avevano un che di ipnotico nel loro movimento circolare ballonzolante, due meloni maturi imprigionati dentro a una tshirt che sembrava stesse per esplodere.

Insomma alla fine questa icona pop della maglietta bagnata si è sposata e si è sposata con una donna, non che ci sia qualcosa di male, ma è stato come se parte delle fantasie erotiche di un adolescente brufoloso si fossero dissolte nel nulla, anche se come dice un vecchio adagio

Piatto ricco mi ci ficco…

La volpe sposata

Ognuno ha i suoi vizi

Laura
Fonte ExpoSay
Facendo zapping, come al solito visto che in televisione non c’è mai un cazzo, mi sono imbattuto nei telegatti, proprio quando c’era la Pausini.

La Laurona nazionale mi ha colpito dichiarando: “io quando canto devo aprire le gambe”, poverina chissà perché, forse quando si sforza deve sfiatare dal culo, o forse ha qualche perversione e poi deve esse difficile cantà con le gambe aperte, magari è proprio quello il segreto della sua voce.

Quasi quasi ora provo anche io, mi metto li a gambe larghe poi do fiato alle trombe e vedo cosa succede…

Ognuno ha i suoi vizi