La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

– Lorenzooooo…. – un soffio di vento mi arrivò all’orecchio sussurrando il mio nome, – Lorenzooooo…. – ancora lo stesso sussurro, avevo paura di riaprire gli occhi, mi sentivo il corpo stranamente intorpidito e non avvertivo più nessun contatto. Non sentivo la superficie del pavimento, non sentivo la sensazione disgustosa del vomito sotto il mio addome, a dir la verità l’unica cosa che riuscivo a percepire attraverso i miei sensi era quel sussurro.

Dovevo aprire gli occhi, forse qualcuno era entrato nella stanza e mi aveva trovato li steso, dovevo dargli un segno di vita, fargli capire che non ero morto. Provai ad aprire gli occhi, ma ancora una volta le parti del mio corpo si rifiutarono di obbedirmi e rimasi immerso nel buio più totale. Un senso di disperazione e impotenza iniziò ad avvolgermi, avrei voluto mettermi a piangere, quand’era l’ultima volta che avevo pianto? Non riuscivo a ricordarlo, mi sembrava di non aver mai pianto davvero, qualche lacrima di circostanza ai funerali, ma niente di più.

Piangere era solo una perdita di tempo, e poi piangere per cosa? Per la scomparsa di un amico? Per le tragedie della vita? Indebolirsi nelle lacrime lasciandosi andare, perdendosi nell’autocommiserazione. Chi piange cerca solo il conforto degli altri è un debole che non riesce a superare gli ostacoli della vita, i vincenti, i forti, quelli come me non piangono non hanno bisogno delle lacrime. Per me piangere era sempre stato solo un esercizio pratico, una secrezione delle ghiandole lacrimali, un’arma per influenzare gli altri.

Da piccolo piangevo per ottenere quello che volevo o per impietosire i miei genitori quando rischiavo una punizione troppo severa. Piangere era facile, bastava concentrarsi e lasciare che le lacrime rigassero il volto. Mi divertivo a vedere il mutamento delle espressioni del viso che passavano dalla rabbia al senso di colpa: le rughe sulla fronte che si rilassavano, cambiavano la loro curvatura, le sopracciglia che si alzavano e gli occhi che si inumidivano, le mani pronte a impartire la giusta punizione che finivano per accarezzarmi la testa. Era uno spettacolo davvero spassoso. Naturalmente riuscivo ad esercitare il mio potere piangendo solo raramente, sapevo che se avessi pianto ogni volta alla fine le mie lacrime non avrebbero più impietosito nessuno.

Crescendo poi raffinai la mia arte riservandola esclusivamente alle ragazze che frequentavo, piangevo per portarle a letto, per evitare che mi lasciassero e per legarle ancora di più a me. Avevo scoperto in fretta l’effetto che le lacrime avevano sull’altro sesso, specialmente se queste uscivano dagli occhi di un uomo che sembrava una roccia. Le ragazze e le donne erano diventate il gioco della mia adolescenza prima, e della mia maturità poi. Mi piaceva cambiare spesso, passando da una relazione all’altra, senza il minimo scrupolo o il minimo riguardo per i loro sentimenti. Sapevo quali tasti toccare, cosa dire e come muovermi. Scommettevo con me stesso sul tempo che mi ci sarebbe voluto per portarmele a letto, di solito ci riuscivo alla prima sera e difficilmente superavo la seconda senza ottenere risultati.

Benché non avessi il minimo interesse per la persona che avevo accanto non accettavo di essere lasciato e per questo facevo sfoggio della mia arte: piangevo, riuscendo ogni volta a far leva sui loro sensi di colpa. Ma adesso, forse per la prima volta nella mia vita, sentivo la voglia di piangere davvero, senza nessun pubblico da impietosire o da far sentire in colpa. Avevo solo voglia di lasciarmi andare, affidando alle lacrime tutta l’angoscia, la paura e la disperazione che mi attanagliavano.

– Lorenzoooo… – ancora quel sussurro, dovevo riuscire ad aprire gli occhi, a vedere chi mi chiamava, solo dopo alcuni sforzi per spalancare le palpebre mi resi conto che gli occhi erano già aperti, solo che non vedevano altro che oscurità, un’oscurità così densa da sembrare quasi irreale. Forse ero svenuto e adesso era notte, ma anche se fosse stata notte non era possibile un buio del genere, almeno un raggio di luce doveva filtrare dalle finestre, qualcosa dovevo riuscire a vedere. Ma allora dove mi trovavo? Cosa mi era successo? Ero morto, ecco cosa mi era successo, quello che fino ad ora era solo un’ipotesi aveva preso forma ed era diventata realtà.

Ero morto in una schifosa stanza di albergo, steso sopra il mio stesso vomito, mi immaginavo già i titoli dei giornali, la mia immagine di uomo forte ne sarebbe uscita distrutta: “Lorenzo Strada trovato morto in una camera d’albergo. Il manager è stato trovato nudo e disteso sopra il suo stesso vomito”, ma in fondo che me ne fregava tanto ero morto.

Allora era questo l’inferno, era vera la storia della legge del contrappasso, ero stato così pieno di me in vita che adesso mi aspettava il niente, il vuoto assoluto. Il pensiero di dover passare l’eternità sospeso in quella non esistenza mi gelò le viscere, c’era di che impazzire, e forse era anche la mia unica via di fuga, una lucida follia che mi avrebbe sottratto alla mia pena.

– Lorenzoooo… – ancora quella voce, quella specie di sussurro, questa volta mi fece rabbrividire, – alzati Lorenzo, mettiti in piedi.. -d’istinto obbedì alla voce e provai ad alzarmi. Con mia grande sorpresa ogni parte del mio corpo obbedì agli ordini impartiti dal cervello e in un attimo mi ritrovai in piedi. Mi sentivo leggero e continuavo a non avvertire il contatto con il pavimento,

– bravo Lorenzo lo vedi che se ti impegni riesci a fare tutto quello che vuoi –

Questa volta vidi da dove era partita la frase, all’improvviso due labbra rosso fuoco erano apparse dal nulla e avevano vomitato le parole, le avevo viste uscire, prendere forma, danzare e ancora prima di averne udito il suono sapevo già cosa dicevano.

– Chi sei? – nelle mie intenzioni la frase doveva assumere un tono autoritario e di sfida, ma le parole uscirono incerte e balbettanti, permeate dalla paura che mi avvolgeva da quando avevo iniziato a stare male.

– Ma come Lorenzo, non mi riconosci? Sono molto delusa da te, ci siamo frequentati per mesi e nemmeno mi riconosci? –

Due occhi verdi comparirono, o meglio si spalancarono al di sopra della bocca. Riuscì a fissarli solo per un attimo poi provai a distogliere lo sguardo, ma dovunque mi voltassi lo sguardo verde era li che mi aspettava. Serrai le palpebre, ma lo sguardo non scomparve: era davanti a me, dietro di me, dentro di me, tanto valeva riaprire gli occhi.

– Che c’è Lorenzo, non riesci a reggere il mio sguardo? Ma come proprio tu? Un uomo grande e grosso come te. Uno che si è sempre divertito a esercitare il suo potere anche con lo sguardo. Uno che gode nel veder l’interlocutore cercare rifugio sul colletto, sulle mani o su qualsiasi altro particolare che non siano i suoi occhi. –

Una risatina in falsetto mise un ghirigoro svolazzante alla fine della frase.

– Chi seiiiii – le parole mi uscirono in un unico movimento dalla bocca, si gonfiarono fino ad esplodere liberando un onda sonora che per un attimo animò il nulla in cui ero sospeso. La bocca indietreggiò appena, gli occhi si distanziarono danzando nel vuoto e tornarono subito al loro posto. Se a quell’insieme di occhi e bocca avessi potuto associare un’espressione avrei giurato che si stessero divertendo un mondo.

Come per dare una conferma ai miei pensieri, le labbra si ritirarono scoprendo due file di denti bianchissimi e una risata prese a volteggiarmi intorno. Una fila interminabile di a e di h si rincorrevano facendomi ondeggiare e man mano che si muovevano aumentavano di dimensione lanciando il loro suono sempre più alto. Alla fine il rumore era così forte che gli orecchi iniziarono a farmi male

– Basta ti prego, bastaaa – le mie parole sembravano granelli di polvere in confronto alla risata della bocca, appena uscite si scontrarono con una delle a e andarono in mille pezzi. La risata iniziò a diminuire di intensità, nonostante tutto la bocca doveva aver sentito la mia supplica.

– Che c’è Lorenzo? Non ti senti più così forte, vero? Hai paura? Su dillo, a me puoi dirlo ti giuro che nessuno verrà a saperlo – quella voce si insinuava nelle mie orecchie ma più che sentirla davvero la percepivo, era come se mi venisse da sotto la pelle. Mai in vita mia mi ero sentito sotto giudizio come con quella voce, mi sentivo nudo, senza difese, la bocca mi conosceva e la sua voce mi rendeva trasparente.

– Chi sei? Cosa vuoi da me? –

– Ah Lorenzo, Lorenzo! Stai diventando monotono, non riesci a dire altro? Chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi, chi sei, cosa vuoi… sei una delusione, davvero! Credevo che un uomo brillante come te avesse delle domande più intelligenti. –

La bocca si distese mostrandomi di nuovo i suoi denti bianchissimi, e l’aria intorno al contorno immaginario del viso prese ad animarsi, vi si potevano distinguere delle distorsioni simili a quelle provocate dal riscaldamento dell’asfalto in estate. Dei granelli rossi iniziarono ad addensarsi in prossimità degli occhi formando una struttura di vene e arterie, potevo vedere chiaramente il sangue che vi scorreva all’interno. Dopo le vene arrivarono i muscoli e si intrecciarono sulla fronte, nelle guance, ricoprendo a poco a poco tutta la superficie di quella struttura ossea invisibile. Infine arrivò anche la pelle, rosea e delicata e con essa prese finalmente a delinearsi una fisionomia che mi pareva familiare. Come tocco finale arrivarono i capelli, neri e lisci, e l’opera fu completata.

Il viso che adesso mi fissava, con quegli occhi verdi, si era fatto triste, e una vena di malinconia, o forse di rimpianto attraversava le iridi chiare. I capelli si stendevano allargandosi su spalle inesistenti e si perdevano nel nero in cui eravamo sospesi. Quel viso io lo conoscevo, ne ero sicuro, quegli occhi così dolci e così tristi, il naso sottile, le narici nervose, le labbra carnose, tutto mi era familiare. Una lacrima prese a formarsi all’estremità dell’occhio sinistro, un addensarsi di liquido che si gonfiò fino ad essere troppo pesante per rimanere attaccato alle ciglia e prese a scendere lenta, mentre una nuova lacrima si stava formando sull’altro occhio. Il viso stava piangendo senza fare nessun rumore, nemmeno un singhiozzo che accompagnasse tutto quel dolore.

– Lorenzo – un bisbiglio che riuscì appena ad udire, ma il suo effetto fu più devastante di tutte le altre parole pronunciate fino ad allora. Quella voce mi gelò le viscere, paralizzandomi, come avevo fatto a dimenticare? Come era possibile che non l’avessi riconosciuta immediatamente? Virginia, la dolce, tenera e indifesa Virginia. Era li, mi fissava e tutto il dolore che aveva sopportato gli stava uscendo dagli occhi, goccia dopo goccia.

Era passato così tanto tempo e io l’avevo sepolta sotto strati di ricordi polverosi, sigillata in modo che il suo ricordo non potesse interferire con la mia vita. Ricordarla adesso era come compiere una operazione di archeologia: avevo tolto il coperchio ad un sepolcro di pietra e adesso mi stavo addentrando fra i reperti del passato. Senza neanche rendermene conto avevo iniziato a piangere anche io, era come se il suo dolore mi penetrasse nel profondo dell’anima, forse era questo che si intendeva per empatia, una parola che fino a quel momento mi aveva sempre fatto sorridere, la trovavo buffa, insignificante, ma adesso sentivo il suo dolore come una lama che mi stava affondando dentro.

Virginia si era uccisa tagliandosi le vene, nessun messaggio, nessuna accusa, l’aveva trovata il marito al suo rientro dal lavoro, erano sposati e avevano un figlio di sei anni, nessuno aveva mai capito il motivo di quel gesto, nessuno tranne me.

Per me lei era stata un passatempo come tante altre prima e dopo di lei, ma per lei non era stato così, le avevo fatto perdere la testa, non mi ci era voluto molto, un marito assente, una vita noiosa, era stato facile sedurla facendole credere che era la donna della mia vita, che quello che provavo per lei era unico, bla, bla, bla.

E’ buffo come anche le persone razionali, con i piedi ben piantati in terra si lascino prendere in giro dalle lusinghe, sentendo e vedendo solo quello che vogliono sentire e vedere. Io le avevo solo aperto gli occhi su quello che era diventato il suo matrimonio, una stanca, inutile, routine, alla fine si era convinta che sarei fuggito con lei, era pronta anche a lasciare suo figlio. Il problema era che io mi stancavo presto e, dopo i primi mesi di passione, la minestra si era raffreddata in fretta, così una sera le avevo detto tutto, che non solo non l’avevo mai amata ma che in fondo per me era stata solo una scopata e neanche la migliore.

Eravamo a casa mia, lei era rimasta in silenzio e mi aveva guardato come adesso, con quello sguardo carico di dolore, mi ero aspettato la solita piazzata e invece non aveva aperto bocca, quello sguardo fisso e poi le lacrime, sempre senza un rumore, si era voltata ed era uscita dalla mia vita e dalle vite di tutti quelli che la conoscevano e le volevano bene. Due ore dopo suo marito l’aveva trovata in un lago di sangue dentro alla vasca del bagno.

Io avevo passato una settimana senza riuscire a dormire, per la prima volta in vita mia ero stato assalito dai sensi di colpa, continuavo a vedere quello sguardo ovunque, la notte me la sognavo avvolta in un sudario di sangue che veniva da me per portarmi via l’anima, ma alla fine il mio innato egoismo aveva avuto la meglio, mi ero detto che se non fossi stato io sarebbe stato qualcun altro e che in fondo se si era suicidata non era un problema mio, era solo perché era troppo debole per vivere.

Nel giro di qualche settimana ero tornato alla mia solita vita e, a parte qualche raro incubo, mi ero scrollato di dosso il ricordo di lei con la stessa indifferenza con cui un cane bagnato si scrolla la pelliccia.

– Adesso capisci Lorenzo, adesso finalmente sai cosa si prova, cosa prova chi rimane, vero? Adesso sai quanto fredda e gelida può essere la notte, quanto lunghe possono essere le ore. Adesso anche tu sai cosa vuol dire essere in viaggio per l’inferno. Io ti ho odiato con tutte le mie forze e mentre sentivo la vita che usciva dalle mie vene pregavo che tu un giorno provassi quello che stavo provando io. Ma ora mi rendo conto di quanto vuota e inutile sia la vendetta, spero solo che tu possa finalmente trovare la pace, perché nonostante tutto io non ho mai smesso di amarti –

Il viso si mosse, venne verso di me e mi baciò la fronte, poi, così come era apparso, si dissolse nel buio.

La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

La visita (al pub)

Ero in piedi, senza nemmeno rendermene conto avevo percorso metà dello spazio che separava il letto dalla porta del bagno, non avevo idea di quanto tempo fosse passato, ne di come avessi fatto a mettermi in piedi, ma in fin dei conti non me ne importava, tutto quello che volevo era farmi una doccia.

Le cose, però, non erano così semplici, le parti del mio corpo erano di nuovo in sciopero e io mi ritrovavo bloccato nel bel mezzo della stanza, senza riuscire a muovermi ne avanti ne indietro. Forse stavo davvero male, forse qualcosa aveva iniziato a rompersi all’interno della mia testa, magari una piccola vena difettosa, forse un’emorragia, forse fra un po’ sarei stramazzato al suolo in preda alle convulsioni.

La paura iniziò a farsi strada partendo dal centro dello stomaco, attraverso le viscere e salendo su, fino al cervello. Nuovamente iniziarono ad arrivare le immagini. Questa volta però non erano ricordi, erano visioni del futuro, un futuro prossimo, immediato, un futuro che non ci sarebbe stato. Vedevo me stesso steso sul pavimento fra il letto e il bagno, immobile, la pelle livida, un espressione di terrore dipinta sul volto. La bocca semiaperta in un ultimo disperato tentativo di chiedere aiuto.

Di nuovo la realtà squarciò il velo della fantasia, adesso ero vicino alla porta del bagno, e stavo camminando lentamente, finalmente i piedi si muovevano, ero affascinato dal loro movimento. Su la gamba e giù il piede, su l’altra gamba e giù l’altro piede, avrei potuto continuare a farlo per l’eternità, su la gamba, giù la gamba, ancora e ancora.

Mi sentì rincuorato, avevo qualcosa che mi legava alla realtà, un semplice movimento fatto senza nemmeno pensarci mi stava restituendo alle cose vive, mi stava dicendo che ero sveglio e che non c’era nessun fantasma.

Entrai nel bagno, intenzionato a farmi una lunga doccia, ma appena i piedi toccarono le fredde piastrelle del pavimento mi bloccai di nuovo, le ginocchia si piegarono e mi ritrovai a terra, appoggiato sulle mani. Nell’istante in cui queste presero contatto con il pavimento, la bocca si spalancò e restituì la cena della sera precedente, accompagnata dai numerosi drink che l’avevano seguita. Fui scosso da violenti conati di vomito, nello sforzo di svuotarmi gli occhi tentarono di uscire dalle orbite e grosse lacrime presero a scendermi lungo il viso, il pulsare sordo nella testa aveva aumentato improvvisamente la sua intensità.

Anche se svuotato del suo contenuto, lo stomaco continuava a contorcersi e a spingere come se avesse voluto sputare fuori tutto il marcio che si era accumulato negli anni. Eliminata la parte organica adesso stava tentando di espellere le immagini, i ricordi, i pensieri, un’epurazione totale della mia anima stava cercando di passare dalla bocca, per un istante ebbi la certezza di vedere voci, suoni e scene del passato prendere forma e uscirmi dalla bocca spalancata. Un ultimo lungo conato mi soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni, le mani persero il loro attrito con le piastrelle e mi ritrovai steso sopra il mio stesso vomito.

Nella mia testa era scoppiata la terza guerra mondiale, i neuroni dell’emisfero destro erano entrati in conflitto con quelli dell’emisfero sinistro, la parte razionale aggrediva la fantasia, i due eserciti si stavano fronteggiando senza esclusione di colpi. Gli scontri erano al culmine: bordate di artiglieria pesante mi stavano demolendo le tempie, l’aviazione ronzava sganciando le sue bombe su tutta la superficie disponibile, gli occhi si erano arrovesciati all’indietro per cercare un riparo dalla furia della battaglia, le mani, fuori da ogni controllo, cercavano appigli nell’aria.

Ormai ne ero certo, dovevo avere un emorragia cerebrale, stavo morendo, il mio cervello stava morendo, annegato nel mio stesso sangue. D’improvviso la battaglia cessò, così come era iniziata, aviazione e artiglieria si ritirarono e un velo di oscurità venne a dare sollievo agli occhi.

La visita (Virginia)

La visita (verso il bagno)

La visita (al pub)

La visita (la cameriera)

Ancora una volta i ricordi arrivarono come un’ondata. Immagini confuse della sera precedente mi ballavano davanti agli occhi, era come dover ricostruire un puzzle senza essere sicuri di avere tutti i pezzi. Lentamente le scene iniziarono ad allinearsi, era come se il film impazzito che mi veniva proiettato in testa avesse ritrovato la sua naturale velocità.

La cosa inquietante era che vedevo quello che mi succedeva, come un qualsiasi spettatore, ero fuori dal mio corpo e mi osservavo: avanzavo barcollando per la strada, sembrava quasi che stessi seguendo un percorso invisibile che solo io potevo vedere. Fortunatamente la strada era quasi deserta e i pochi passanti riuscivano ad evitarmi senza problemi, dai locali che fiancheggiavo una marea di suoni diversi si riversano nella notte mescolandosi e coprendone il silenzio.

Alla fine voltai bruscamente a destra e mi infilai in una delle tante porte aperte, l’atmosfera all’interno era buia e fumosa, la gente si accalcava lungo il bancone cercando di far sentire la propria ordinazione sopra alle altre. Mi feci largo spintonando e strattonando, ogni volta che urtavo qualcuno biascicavo frasi incomprensibili di scuse, gli sguardi carichi di odio si stemperavano vedendo i miei velati dai drink che dovevo aver già bevuto.

Lentamente riuscì a guadagnarmi un posto in prima linea, appena raggiunto il bancone iniziai a gridare – Un  Mojito – con tutto il fiato che avevo in corpo, i miei vicini di gomito mi lanciarono occhiate di fuoco, ma questo non bastò a scalfire la mia voglia di bere. Le mie urla scomposte sovrastavano tutte le altre, tanto che il barman si voltò verso di me facendomi cenni per indicarmi che aveva capito.

Rassicurato sulla preparazione del mio drink iniziai a voltare la testa per vedere meglio il locale, le pareti erano senza intonaco e appesi in ordine sparso vi trovavano posto quadri che ritraevano scene campestri e attrezzi agricoli. Ampie travi in legno attraversavano il soffitto, da queste si staccavano in linee ordinate una serie di faretti che percorrendo una lunga esse ricoprivano tutta la superficie della stanza.

La luce riusciva a malapena a filtrare attraverso la coltre di fumo che impregnava l’aria del locale. Il bancone occupava per tutta la sua lunghezza la parete che si trovava a fianco dell’entrata. Dietro di esso il barman si muoveva con gesti sicuri e misurati, come se non avesse fatto altro dal giorno della nascita, sembrava che bottiglie, shaker e bicchieri fossero un estensione delle sue braccia.

Depositò il bicchiere sopra il legno davanti a me e subito riprese a trafficare con le sue bottiglie per accontentare gli altri clienti. L’inquadratura strinse sul bicchiere, potevo vederlo chiaramente, era pieno fino all’orlo, una mano lo prese e iniziò ad alzarlo lentamente, il suo bordo percorreva lo spazio che lo separava dalla mia bocca. All’improvviso la scena si bloccò e il bicchiere rimase sospeso a mezz’aria, la pellicola si era inceppata di nuovo, la scena iniziò a dissolversi gradualmente e dagli squarci iniziarono a far capolino pezzi della stanza in cui mi trovavo.

continua…

La visita (al pub)

Febbre

Si sentiva come in uno stato di grazia, era difficile da spiegare ma i pensieri fluivano in modo diverso, tutte le sue percezioni erano alterate, i suoni, i colori, i sapori, erano come avvolti e filtrati da un caldo bozzolo.

Era come vivere ad una frequenza diversa, in cui tutto sembrava più vivido e allo stesso tempo sfocato. Riuscire a mantenere una linea di pensiero coerente era difficile, ma il bello stava proprio li, i suo pensieri arrivavano in un caos turbinante, si inseguivano, dandosi il cambio in quello che sembrava un guazzabuglio senza senso ma che, ad una più attenta analisi, si rivelava un disordine logicamente organizzato.

Pensare alla sua prima volta in aereo e poi ritrovarsi di colpo per le strade buie di una città sconosciuta, inseguito da qualcosa di orribile, qualcosa che non vedeva ma sapeva essere li, non era un salto illogico ma un collegamento vissuto sul filo della paura, lui aveva il terrore di volare, quindi la cosa era perfettamente logica.

Così i suoi pensieri lo portavano in giro nello spazio e nel tempo, immagini della sua infanzia si mescolavano con quelle del suo presente e di uno, cento, mille immaginari futuri possibili. Mondi fantastici e creature mai viste prendevano forma e si dissolvevano nello spazio di un battito di ciglia.

Era affascinato da questo incedere, non riusciva a smettere di seguire i suoi lucidi deliri, alcuni erano così spettacolari che avrebbe voluto avere il tempo di scriverli su carta, perché sapeva che dopo qualche istante se li sarebbe dimenticati e gli sarebbe rimasto quel sottile rimpianto di aver perso delle idee grandiose. Ma il flusso era indomabile, non gli si poteva chiedere di attendere un attimo, di aspettare, lui doveva andare avanti per la sua strada.

Una volta ci aveva anche provato, aveva preso la prima penna a portata di mano e aveva iniziato a scrivere, ma era stato come provare a rallentare una folla di donne impazzite all’inizio della stagione dei saldi, il suo cordone di sicurezza aveva ceduto subito e mentre cercava di scrivere il primo pensiero questi si era già trasformato e diramato in altre mille direzioni.

Quella era la sua droga, non riusciva a farne a meno, quella sensazione di vivere a metà fra il sogno e la realtà in una terra di confine, lo rendeva ebbro di felicità, per lui era come affacciarsi su di un mondo sconosciuto di cui percepiva solamente l’esistenza.

La porta si spalancò di colpo, il viso allegro e rubicondo del piccolo primario gli sorrise attraverso la stanza

– Allora come andiamo oggi? – Disse rivolto più che altro a se stesso e prese a sfogliare la cartelletta – 39 e 3 direi che è già un miglioramento rispetto ai 41 e 4 con cui è arrivato ieri –

– Si non c’è male – rispose lui con la voce impastata dalla febbre.

– Questa è già la terza volta, quest’inverno, che mi arriva qua con un febbrone da cavallo, mi viene quasi il sospetto che lo faccia apposta, ma che senso avrebbe ammalarsi di proposito?

– Già non avrebbe proprio nessun senso – e mentre lo diceva un sorriso da bambino nella bottega di giocattoli gli si dipinse sulla faccia.

Febbre

La visita (la cameriera)

La visita (il risveglio)

Ero ancora immerso nei miei pensieri, concentrato sulla cornetta che non smetteva di vomitare la sua nenia ipnotica, quando una serie di piccoli colpi alla porta mi fece sussultare. La serie si ripeté ancora una volta, non riuscivo a capire che cosa fosse, non mi ricordavo perché ero li, cosa ci facevo, sapevo solamente che mi aspettava un lungo viaggio.

La voce che si materializzò al di là della porta mi riportò finalmente alla realtà: -Signore la colazione… – la massa dei ricordi invase ogni angolo del mio cervello, come se fosse stata richiamata da quella voce dolce e sottile. Immagini della sera prima, del giorno prima, della settimana prima, si affollavano senza soluzione di continuità, sovrapponendosi e confondendosi. La voce scaturì dal legno ancora una volta: -Signore, la colazione…- adesso alla dolcezza iniziale si era aggiunta una sfumatura di impazienza, la potevo sentire chiaramente, faceva capolino dalle consonanti messe in ordine e scandite con diligenza.

Era incredibile come riuscissi a percepire tutti quei particolari, potevo addirittura sentire il tamburellare nervoso delle sue dita sul carrello della colazione, il ritmo costante del suo respiro, il fastidio per dover stare ad aspettare li fuori. All’improvviso tutti quei particolari confluirono nello stesso punto, ed iniziarono a creare un immagine reale della persona che attendeva il mio permesso per entrare. Iniziò a formarsi dalle labbra, sottili ma ben disegnate, sensuali quanto bastava per risvegliare un desiderio maschile, labbra dolci che danzavano sotto un naso leggermente allargato al livello delle narici, gli occhi chiari, guizzanti, che continuavano a spostarsi dalla porta al carrello, all’orologio. I capelli neri raccolti dietro alla testa mettevano in risalto l’ovale perfetto del viso.

Per la terza volta la mano della cameriera si scontrò con il legno verniciato della porta: -Signore la colazione…- quasi urlato. Questa incursione della realtà disgregò completamente l’immagine che si stava formando, le labbra si piegarono verso il basso, gli occhi furono inghiottiti dal richiudersi della fronte sul mento e di quel volto gradevole rimase solamente un punto al centro della pagina bianca che si era aperta nella mia immaginazione.

Ma cosa mi stava succedendo? Non mi ero mai sentito così lontano dalla realtà, dovevo fare qualcosa, dare un segno, dimostrare che non ero uno spettro generato dagli incubi di chi era passato da quella stanza prima di me. Finalmente l’aria uscì dai miei polmoni e fece vibrare le corde vocali, quello che si materializzò appena fuori dalla bocca fu un lungo rantolo, che avrebbe dovuto essere la risposta alla voce che attendeva paziente. Nonostante tutto il mio segnale di vita riuscì ad attraversare la porta arrivando fino alla cameriera.

-Signore va tutto bene ? –
La voce adesso aveva perso la venatura di impazienza e la dolcezza iniziale aveva lasciato il posto ad un tono preoccupato.
– Signore mi sente? va tutto bene?…-

– Certo che va bene, va tutto bene, è solo che non so più se questa è la realtà o sto ancora dormendo e sono qui seduto su questo cazzo di letto senza avere la più pallida idea di come ci sono arrivato e di cosa stia facendo qui. So solamente che devo viaggiare, ma tutto il mio corpo si rifiuta di obbedirmi, nessuna delle sue parti fa più quello che le viene ordinato –

Questo è quello che il mio cervello mise insieme e trasmise attraverso le terminazioni nervose a diaframma, corde vocali e lingua, ma tutto quello che uscì dalla mia bocca fu uno striminzito – Si – si? Solo si, ma cosa sta succedendo? Mi sentite organi merdosi? Voi siete stati creati per obbedirmi, il meccanismo è semplice, il cervello lavora, pensa, crea le idee, le mette insieme, le raffina e quando sono pronte attiva i nervi, e voi dovete solo obbedire. Non è poi così difficile, chi vi da il diritto di fare di testa vostra? Come vi permettete di interpretare gli ordini del grande capo? Adesso voi completate la frase così come era stato deciso.

– Si va tutto bene..- no maledizione, no, non ci siamo.
– Signore, potrebbe aprirmi la porta? Le ho portato la colazione – adesso la preoccupazione era scomparsa, sopraffatta di nuovo dall’impazienza di chi non ha tempo da perdere con un coglione che non vuole saperne di aprire una porta.

– Entri pure – La porta si aprì con un leggero scatto e la cameriera spinse dentro il carrello con la colazione. Mi voltai quel tanto che bastava per osservarla ed accorgermi che non corrispondeva affatto all’idea che mi ero fatto di lei, era bassa e tarchiata, il viso paffuto incorniciava degli occhietti piccoli e sfuggenti. Un naso enorme terminava sopra una bocca sottile dalle labbra quasi inesistenti.

Spinse il carrello al centro della stanza, nonostante la corporatura massiccia si muoveva in modo veloce e con movimenti dolci e aggraziati, la guardavo versare il caffè nella tazza e sistemare i piatti sopra al vassoio. Le mani piccole e paffute terminavano in dita curate che danzavano nell’aria mentre portava a termine il suo lavoro, era come assistere ad uno gnomo che ti serve la colazione. Alla fine si voltò e scomparve oltre la porta. Io rimasi a fissare lo spazio fra il carrello e la parete, non ero affatto sicuro che qualcuno lo avesse spinto fin li e la cameriera non fosse che un frutto della mia immaginazione.

La sensazione di disagio che mi aveva assalito da quando mi ero svegliato era aumentata, non riuscivo più a capire quali delle cose che mi circondavano fossero reali. Dovevo sciacquarmi il viso, forse un po’ d’acqua fresca sarebbe servita a schiarirmi le idee.

continua…

La visita (la cameriera)

La visita (Il risveglio)

Il suono si fece strada lacerando la coltre del sonno, lo squillo aumentò d’intensità strappandomi al nulla che mi aveva inghiottito. Cercai di allungare il braccio per alzare la cornetta, era incredibilmente pesante, con uno sforzo riuscì ad afferrarla ma le dita non fecero il loro dovere e quella cadde sul tappeto. Potevo sentire la voce registrata che, insieme ad una musichetta insopportabile, mi avvisava che era giunta l’ora di svegliarsi.

Rimasi immobile nel letto, non riuscivo a formulare nessun pensiero coerente, la testa mi faceva male: un pulsare sordo spezzava la linea delle mie idee, non riuscivo a riprendere coscienza fino in fondo. Le palpebre rifiutavano di obbedire all’ordine impartito dal cervello e continuavano a serrare gli occhi per regalargli ancora qualche istante di buio. Era come se le parti del mio corpo si fossero ribellate al loro aguzzino, le dita che mancavano la presa, le palpebre che restavano chiuse, la mascella serrata che sembrava voler stritolare i denti. Vista dall’esterno la scena doveva sembrare assurda, un corpo avvolto nelle lenzuola in lotta con se stesso, scosso da tremiti, ma comunque immobile, in balia della rivolta interna dei suoi organi.

Non so per quanto tempo rimasi in quello stato, ma alla fine le mascelle rassegnarono la resa aprendosi con uno schiocco e mollando la presa sui denti, piano piano ogni altra parte tornò a recitare il suo ruolo, obbedendo agli ordini impartiti attraverso le terminazioni nervose. L’unica cosa che era rimasta costante per tutto il tempo era il dolore alla testa, provai a muoverla, ma non c’era niente da fare, sia che la voltassi a destra, a sinistra o che rimanessi immobile, il martello interno alla tempie continuava il suo lavoro di demolizione della scatola cranica. Con uno sforzo disumano riuscì a mettermi su di un fianco e a far penzolare le gambe oltre il bordo del letto. Ormai il più era fatto, adesso bastava tirarsi su. Ma ancora una volta volontà e azione si divisero e rimasi steso su di un fianco, come un insetto arrovesciato che aspetta solo la fine.

Dovevo reagire in qualche modo, chiusi gli occhi e mi concentrai solamente sui miei movimenti, spingendo e tirando cercavo in ogni modo di alzarmi, annaspando con le braccia come un nuotatore in preda ai crampi. Alla fine mi ritrovai seduto sul letto, gli occhi fissi sulla cornetta da cui continuava ad uscire la musichetta della sveglia. Adesso non dovevo far altro che mettermi in piedi e prepararmi, visto che mi aspettava un lungo viaggio.

continua…

La visita (Il risveglio)

Il Vero Amore

Lui cercava il vero amore, però non era un fisionomista e riconoscerlo non era affatto facile. Qualche volta gli era sembrato di averlo intravisto nell’ombra di un sorriso o in una mano che aggiustava una ciocca di capelli, ma era stato solo un’attimo e poi non era sicuro che fosse lui, gli somigliava, certo, ma forse si sbagliava.

Qualcuno gli aveva detto che quando l’avesse trovato l’avrebbe riconosciuto subito, ma lui non era convinto che fosse così semplice, e se si fosse sbagliato? Era un rischio davvero grande, passare una vita intera a cercarlo e poi, alla fine, scambiarlo per qualcos’altro.

Così ogni giorno si sedeva di fronte alla finestra e osservava la strada, guardava la gente passare e sperava che fra loro ci fosse anche il vero amore, quello che si incontra una volta sola nella vita, quello che riconosci a prima vista, ma la domanda che gli frullava in testa era sempre la stessa, come l’avrebbe riconosciuto? Aveva anche provato a farne uno schizzo, qualche anno prima, una specie di identikit che teneva appeso alla parete, accanto alla finestra, ma nessuno di quelli che passavano gli somigliava minimamente.

Gli anni scorrevano veloci e ognuno di loro stendeva una nuova mano di giallo sul foglio appeso accanto ai vetri, lui non si arrendeva e continuava a sezionare quella marea in movimento che animava la strada di fronte alla sua casa, era sicuro che prima o poi l’avrebbe visto camminare attraverso l’angolo di mondo delimitato dalla finestra, non si sarebbe lasciato morire senza averlo visto, sarebbe stato davvero sciocco.

Aveva quasi perso la speranza, quando lo vide, staccò l’identikit e lo avvicinò al vetro finché non si sovrappose all’ombra che passava in strada, era lui, non c’erano dubbi, anche il suo cuore malandato glie lo confermò con un sussulto simile ad un battito d’ali di farfalla proprio in centro al petto. Si infilò il foglio in tasca e corse verso la porta, le mani gli tremavano talmente che quasi non riuscì ad afferrare la maniglia, aprì e si precipitò giù per le scale.

Arrivò in strada con le ginocchia che gli dolevano e il respiro che gli usciva in un sibilo roco come quello di una vecchia locomotiva a vapore che funziona male, dell’ombra non c’era più nessuna traccia. Venne preso dal panico e una fitta di dolore gli trafisse il petto, gli sembrò di sentire il cuore che si divideva a metà spaccato da una lama precisa ed affilata, le gambe non ce la fecero più a reggere il peso di quell’involucro malandato e crollò a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Con la testa sul marciapiede guardò per un’ultima volta le nubi dense e grigie che affollavano il cielo, sentiva che la vita lo stava abbandonando e voleva portarsi con se l’immagine più bella che fosse riuscito a catturare con i suoi occhi stanchi. Si sentiva preso in giro, derubato da una vita di solitudine che lo stava abbandonando proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno.

Pian, piano delle teste iniziarono a portargli via fette di cielo, avrebbe voluto urlargli di lasciarlo morire in pace, di non portargli via l’unica immagine bella che gli restava da vedere, ma dalla bocca gli uscì solo un rantolo, stava per chiudere gli occhi e abbandonarsi al nulla quando fra le teste spuntò anche la sua, era bellissimo, provò a prendere il foglio dalla tasca ma ormai le forze lo avevano abbandonato allora allungò la mano, gli sfiorò una guancia ed esalò il suo ultimo respiro.

Quando arrivarono i paramedici ormai non c’era più niente da fare, nessuno si accorse del foglio ingiallito e spiegazzato che era volato poco distante sul marciapiede, sopra c’era il disegno di un viso stilizzato, chi lo avesse visto avrebbe detto che era stato fatto da un bambino di quattro anni, un enorme cerchio, con delle piccole linee sulla sommità per i capelli, due occhi grandi quasi quanto tutta la faccia e una mezza luna che doveva essere una bocca sorridente.

Nessuno guardandolo avrebbe mai detto che quello era il ritratto del vero amore.

Il Vero Amore