L’assenza

L’assenza non è nella mancanza ma nella presenza, nei dettagli, negli odori, nei sapori, nei colori, nei rumori.
L’assenza è nei quadri appesi alle pareti, nelle cose scelte insieme, negli orologi fermi, nelle lampade.
L’assenza è fra i cuscini, avvolta nelle lenzuola.
L’assenza è nel silenzio, negli asciugamani rossi freschi di bucato.
L’assenza è nelle mani che non accarezzano più la pelle, l’assenza è nella luce tremolante delle candele.
L’assenza è nello sguardo che tocca le cose e le trasforma in ricordi.
L’assenza è nella musica che ti scende dentro e ti rivolta le viscere.
Se fosse mancanza svanirebbe, annegata nello scorrere del tempo e invece l’assenza è presenza, radicata ovunque ci sia stata vicinanza.

L’assenza

Alla mi ‘ognata

Io oggi vorrei ringrazià ‘na persona cara
Un visino d’angelo, du’ occhioni verde-grigio
La ‘onoscete tutti, la mi ‘ognata Lara
Perché da quando c’è lei ir mi fratello mi sembra topo gigio

Io me lo ri’ordo fin da piccino,
quando bestemmiava tirando la pesca nelle mattonelle
li in cucina proprio sotto il lavandino,
ritto in piedi serio, serio con l’espressione da ribelle.

O quando si rimpiattò ner sottoscala quatto, quatto,
con un paio di zorfanelli e du’ fogli di giornale,
deciso a provà cosa succedeva se d’un tratto
accendeva ir foo e se la svignava sulle scale.

Perché lui in corpo sembrava c’avesse l’argento vivo.
Quando nacque lasciò a malapena ir tempo a mi ma’ d’arrivà in ospedale
e a otto mesi telava via che io a stagni dietro un ci ‘omparivo.
Mi riordo ancora la foto insieme a lui con la su gambina torta che per un fallo scappa lo stringevo fino quasi a fagni male.

Alla mi mamma quante glie n’ha fatte passà!
Anche se a di’ ir vero lei i conti l’ha sempre pareggiati
e spesso la mi pora nonna ner mezzo si doveva infilà
per evità che si venisse tutt’e due picchiati.

Perché lui bisogna dillo è sempre stato genoroso
e per divide le legnate e le responsabilità
ha sempre provata a dammi la ‘orpa quer tignoso
e io bischero me la pigliavo e ar su posto ne volevo anche toccà.

Insomma un si faceva mancà proprio niente,
si buttava dalle finestre, si faceva arrotà dalla figliola der Giuntini,
andava a di a brutte e befane quello che pensa la gente
e poi quando si sciagattava pe’ la terra si riarzava e andava dar Benini

Ma crescendo, cor passà dell’anni, si dette una ‘armata
di quella peste scatenata che faceva tribolà tutti un ne rimase segno,
tanto che se un si fosse visto co’ nostri occhi si sarebbe detto che un ci fusse mai stata,
ir bimbetto scatenato aveva lasciato ‘r posto all’ingegneri tutta carma e ‘ngegno.

Tanto ir primo era stato agitato quanto ‘r se’ondo posato
e a parte quarche botta di vita ogni morte di Papa
se ne stava tranquillo in casa chiedendo ar mondo d’un esse disturbato,
che tentà di portallo a ballà o a be ‘na birra era come volè cava ‘r sangue da ‘na rapa

Poi un giorno è cambiato di botto senza avvisare.
Me la ri’ordo come fusse ora quella mattina d’aprile inortrato,
ero in casa di mi mà e si doveva andà a Bibbona per vedé la ‘asa ar mare,
entrò pimpante sartellando, mi guardò e disse allora quando si parte? Tutto garvanizzato.

Eh si sà l’amore quando arriva arriva, si ferma li e ti sorprende.
Un chiede permesso, un bussa alla porta, un’avverte.
Un giorno t’attraversa la strada e la tu vita un’è più tua perché lui se la prende
e te ti ritrovi con la testa fra le nuvole a pensà a quanto sta’ con lei ti diverte

E’ così, il mi fratello s’è proprio innamorato
e l’amore l’ha illuminato come un arbero di natale pieno di stelle,
ha infilato la su spina e co’ ‘na scossa l’ha rianimato
riportando a galla quer bimbetto con lo sguardo furbo da ribelle.

Oggi è cor cuore cormo di gioia che lo vedo ‘ncomincià na nova vita,
perché so che niente lo rende più felice di quello scricciolo biondo
che se l’è trascinato dietro in questa partita
e da fratello a fratello non posso che auguravvi tutto ir bene der mondo…

Capannoli 5 Giugno 2010

Alla mi ‘ognata

Il robot ricordatore

Ieri sera in macchina dopo essere andato a prenderlo dalla babysitter

– Babbo dovevamo fermarci a prendere il giornalino all’edicola, ieri mamma mi ha promesso che me lo comprava

– Davvero?

– Si babbo, quando mi rivieni a prendere te lo dico prima così te ti fermi e prendiamo il giornalino, mamma me lo aveva promesso

– E lo so Lorenzo, ma io e mamma a volte le cose ce le dimentichiamo, siamo stanchi dopo aver lavorato tutto il giorno, devi aiutarci e ricordarcele te le cose.

– Va bene babbo, allora me lo ricordo io. Anzi mi è venuta un idea costruisco un robot che se le ricorda lui e ce le dice.

Pausa cogitativa

– No babbo non possiamo costruirlo il robot.

– Perché?

– Perché se lo costruisco devo farlo uguale a me e poi quando dorme va fuori controllo.

– Come va fuori controllo?

– Si quando io dormo e lui dorme va fuori controllo.

Il robot ricordatore

Come ti pare lo fai quando vai a sta’ da te

In questi giorni mi tornano spesso in mente le frasi ricorrenti della mia infanzia, quelle che mi diceva la mi mamma e che mi hanno fatto crescere forte, sano e con solidi principi.

Frasi del tipo “Come t’ho fatto ti risfaccio”, “Piangi, piangi! Quando sposi ridi” o anche l’inossidabile “A casa si fanno i conti!” quest’ultima detta con una luce negli occhi che era una promessa: non importa quanto ci si mette ad arrivare, sono tue anche se s’arriva a casa domani.

Sono frasi che fanno parte del bagaglio culturale di quelli della mia generazione e che ci hanno insegnato il rispetto e la disciplina. Frasi che purtroppo non si sentono più, ma sono state sostituite dalle più blande “Poverino è un bimbo”, “Poverino è stanco”, “I professori lo hanno preso di mira” o “Se ha incendiato due macchine è stato solo per richiamare la nostra attenzione sul suo disagio interiore”.

Il risultato di questo lassismo è sotto gli occhi di tutti. Però non è dei giovani di oggi che voglio parlare ma del fatto che le frasi che venivano dette a noi erano promesse scolpite nella roccia. Messaggeri che annunciavano la giusta e meritata punizione.
Fra tutte queste ce n’era una che mi affascinava, che mi dava un estremo senso di libertà, una libertà ancora lontana ma alla mia portata, ed era la mitica

“Come ti pare lo fai quando vai a sta’ da te!”

Questa a differenza delle altre veniva usata come chiusura della punizione corporale o per troncare sul nascere le voglie ribelli del giovane scapestrato.

Come tutte le altre io ho sempre considerato queste parole depositarie di una verità assoluta, una promessa indelebile che prima o poi si sarebbe avverata, bastava solamente avere la pazienza di aspettare il momento giusto.
Naturalmente come molti di voi avranno potuto sperimentare sulla propria pelle, questo momento non è mai arrivato e temo che mai arriverà.

C’è stata una parentesi in cui la tanto agognata profezia si è quasi realizzata, ma è stato un momento così breve che ne conservo solo piccoli ricordi spensierati. Sto parlando dei miei primi due anni lavorativi a Milano, quando ho vissuto da solo per un anno in un appartamento di fronte alla stazione di Sesto San Giovanni.

In realtà non ero solo in quanto per ammortizzare le spese dell’affitto dividevo l’appartamento con un coinquilino. Purtroppo il mio compagno di appartamento non aveva la mia stessa indole libera e contraria alle imposizioni della cultura capitalistica occidentale, che mi portava ad aborrire tutto ciò che riguarda la pulizia della casa e le faccende domestiche, così aveva stabilito dei turni di lavori forzati in cui ero costretto a prostituire il mio intelletto per dei volgari lavori da sguattero.

Nonostante questa iniqua imposizione avevo comunque il mio angolino in cui l’anarchia regnava sovrana: la mia camera da letto.
Ricordo ancora con affetto il senso di libertà che mi dava osservare rotolare le palline di polvere steso sul letto e in pace interiore con il mondo.

La sensazione di potere assoluto quando la mattina mi alzavo dal letto e lo lasciavo da rifare, e la sera la gioia immensa quasi fanciullesca di ritrovarlo come lo avevo lasciato. Ogni piega ogni piccola grinza del tessuto aveva la sua storia da raccontare, potevo stendermi e ritrovare l’impronta che avevo lasciato la notte prima, era una vera goduria sentire le lenzuola arrotolarsi addosso come un sudario.

E che dire del sottile piacere di mangiare seduti sul letto con le gambe comodamente stese, guardando la tv e scegliendo il programma in completa autonomia.

In un anno di quieto sopravvivere sono riuscito a non stirare mai, indossando solo magliette e jeans. L’unica operazione di pulizia fatta in camera mia consisteva nell’ammucchiare nell’armadio tutto ciò che c’era in giro quando veniva a trovarmi la mia ragazza, che nonostante tutto alla fine mi ha anche sposato.

Poi tutto è finito, mi sono trasferito prima a Pavia, mi sono sposato, mi sono ritrasferito e non contento ho anche fatto un figliolo. Così ora sono in tre a dirmi cosa devo fare il mi figliolo, la mi moglie e quando viene a trovarmi anche la mi mamma.

Però ogni tanto quando la luna è alta nel cielo e una leggera brezza mi solletica il viso torna quella sensazione di libertà e sembra quasi che il vento mi sussurri in un orecchio “come ti pare lo fai quando vai a sta’ da te”…

Come ti pare lo fai quando vai a sta’ da te