La visita (Il ricordo)

La visita (Virginia)

Forse era una mia impressione ma ora il buio sembrava meno buio e sentivo freddo, era come se il viso mi avesse restituito i sensi, sentivo il pavimento sotto di me, freddo e umido, provai a muovermi ma scivolai su qualcosa di molle e appiccicaticcio, doveva essere il mio vomito, alla fine riuscì a mettermi in piedi.

A giudicare dal sole doveva essere pomeriggio inoltrato, mi guardai nello specchio del bagno, ero in uno stato pietoso, i capelli arruffati, gli occhi rossi cerchiati di nero, il corpo coperto da chiazze di vomito, un vero schifo, l’unica nota positiva era che il mal di testa se n’era praticamente andato.

Mi feci una doccia bollente, l’acqua veniva giù dall’ampio soffione portandosi dietro tutti i miei ricordi, era come se ogni singolo getto racchiudesse un pezzetto del mio passato e questo ritornasse in mio possesso non appena l’acqua entrava in contatto con la mia testa, l’incantesimo era svanito, la momentanea amnesia causata dall’alcool si stava squarciando rivelando sprazzi di realtà.

Adesso ricordavo tutto, e come averi potuto dimenticarlo, quella maledetta sera era come un film in proiezione continua dentro alla mia testa, la cena, il furibondo litigio con mia moglie, sempre la solita storia: io che trascuravo lei e nostro figlio, che ero innamorato solo del mio lavoro, che non facevo che tradirla con tutte le puttanelle di cui amavo circondarmi, e poi il mio braccio che si alza, la mano che la colpisce sul viso, il labbro che si spacca, le gocce di sangue sulla camicetta bianca e lei che mi guarda come se avesse davanti uno sconosciuto.

In vita mia non avevo mai alzato le mani su di una donna e lo avevo fatto con l’unica che avessi mai amato, perché a modo mio l’amavo, l’amavo nell’unico modo di cui ero capace e avevo perso il controllo perché sapevo che aveva perfettamente ragione, ogni volta era come vedermi in uno specchio magico che prendeva l’immagine dell’uomo vincente e restituiva tutto il marcio e lo schifo che ci stava dietro.

Avrei voluto chiederle scusa, supplicarla di perdonarmi, ma ero rimasto li impalato mentre lei andava a prendere Marco e poi usciva di casa, neanche due ore dopo la telefonata che mi avvisava dell’incidente.

La vita è fatta di attimi, tanti piccoli infinitesimali attimi che si concatenano e compongono il filo della nostra esistenza, nessuno ci pensa, sprechiamo il nostro tempo a pianificare, a scegliere, a programmare, senza renderci conto che sono gli attimi quelli che decidono tutto.

Se uno si fermasse a riflettere lo capirebbe, ma siamo troppo presi dalla nostra frenesia del controllo, dell’autodeterminazione, dall’idea dell’essere padroni del nostro destino, sono tutte stronzate, una massa di stronzate che ci raccontiamo solo per nasconderci la verità, noi esseri umani siamo fatti così, ci caliamo un velo davanti agli occhi quando lo spettacolo che abbiamo davanti ci è insostenibile.

Supponete che alla nascita qualcuno vi prenda da parte e vi riveli la verità, sai mio caro, questa che vedi davanti a te e la tua vita, sappi che tu non avrai nessuno controllo su di essa, per quanto ti possa affannare, non riuscirai mai ad esserne completamente padrone, perciò mettiti l’animo in pace e pensa che in qualsiasi momento tutto quello cha hai, tutto ciò per cui hai faticato, per cui ti sei dato da fare, per cui hai sudato sangue ti potrà essere portato via, un battito di ciglia e quando riaprirai gli occhi niente sarà più come prima. Be io credo che se qualcuno avesse davvero il coraggio di farvi questo discorso vorreste rientrare subito nel caldo nulla da cui siete usciti.

Io tutto questo lo avevo imparato quella sera, sarebbe bastata un attimo, un cenno, forse anche un colpo di tosse, un’esitazione di lei nell’uscire dalla porta e sarebbe arrivata a quell’incrocio una paio di secondi dopo, quello che bastava per non essere travolta dal SUV che non aveva rispettato lo stop.

I giorni successivi all’incidente mi era sembrato di vivere come in un sogno, avevo quasi la sensazione che tutto quello non stesse succedendo a me, che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato e ingiusto. Le ore passate al pronto soccorso, fuori dalla sala operatoria, nella sala di aspetto della rianimazione in attesa di vederli, la sensazione di impotenza di inutilità.

In quelle ore tremende avevo preso la decisione di vivere gli attimi invece di programmarli, avrei abbandonato la guida dell’azienda, venduto tutti gli appartamenti in città e sarei tornato al mio paese, l’unico posto dove avremmo potuto sentirci veramente a casa e stare insieme, questa volta per sempre. Così avevo fatto, quello era l’ultimo viaggio in città, era passato un anno dal giorno dell’incidente, ma alla fine ero riuscito a sistemare tutto.

continua…

La visita (Il ricordo)

La visita (Il risveglio)

Il suono si fece strada lacerando la coltre del sonno, lo squillo aumentò d’intensità strappandomi al nulla che mi aveva inghiottito. Cercai di allungare il braccio per alzare la cornetta, era incredibilmente pesante, con uno sforzo riuscì ad afferrarla ma le dita non fecero il loro dovere e quella cadde sul tappeto. Potevo sentire la voce registrata che, insieme ad una musichetta insopportabile, mi avvisava che era giunta l’ora di svegliarsi.

Rimasi immobile nel letto, non riuscivo a formulare nessun pensiero coerente, la testa mi faceva male: un pulsare sordo spezzava la linea delle mie idee, non riuscivo a riprendere coscienza fino in fondo. Le palpebre rifiutavano di obbedire all’ordine impartito dal cervello e continuavano a serrare gli occhi per regalargli ancora qualche istante di buio. Era come se le parti del mio corpo si fossero ribellate al loro aguzzino, le dita che mancavano la presa, le palpebre che restavano chiuse, la mascella serrata che sembrava voler stritolare i denti. Vista dall’esterno la scena doveva sembrare assurda, un corpo avvolto nelle lenzuola in lotta con se stesso, scosso da tremiti, ma comunque immobile, in balia della rivolta interna dei suoi organi.

Non so per quanto tempo rimasi in quello stato, ma alla fine le mascelle rassegnarono la resa aprendosi con uno schiocco e mollando la presa sui denti, piano piano ogni altra parte tornò a recitare il suo ruolo, obbedendo agli ordini impartiti attraverso le terminazioni nervose. L’unica cosa che era rimasta costante per tutto il tempo era il dolore alla testa, provai a muoverla, ma non c’era niente da fare, sia che la voltassi a destra, a sinistra o che rimanessi immobile, il martello interno alla tempie continuava il suo lavoro di demolizione della scatola cranica. Con uno sforzo disumano riuscì a mettermi su di un fianco e a far penzolare le gambe oltre il bordo del letto. Ormai il più era fatto, adesso bastava tirarsi su. Ma ancora una volta volontà e azione si divisero e rimasi steso su di un fianco, come un insetto arrovesciato che aspetta solo la fine.

Dovevo reagire in qualche modo, chiusi gli occhi e mi concentrai solamente sui miei movimenti, spingendo e tirando cercavo in ogni modo di alzarmi, annaspando con le braccia come un nuotatore in preda ai crampi. Alla fine mi ritrovai seduto sul letto, gli occhi fissi sulla cornetta da cui continuava ad uscire la musichetta della sveglia. Adesso non dovevo far altro che mettermi in piedi e prepararmi, visto che mi aspettava un lungo viaggio.

continua…

La visita (Il risveglio)