La visita (Il viaggio)

La visita (Il ricordo)

Quando scesi nella Hall dell’albergo erano ormai le nove, pagai il conto e mi misi in viaggio, forse sarebbe stato più prudente aspettare il giorno successivo, ma non volevo rimanere un minuto in più in quella stanza, sembrava che tutti gli spettri del mio passato ne avessero impregnato le pareti ed ero certo che se fossi rimasto li sarei impazzito.

Viaggiai tutta la notte facendo un paio di soste per mangiare qualcosa e imbottirmi di caffè, nonostante tutto mi sentivo abbastanza in forma e poi guidare mi aiutava a concentrarmi su qualcosa di reale, mi permetteva di rimanere ancorato al presente tenendo lontano gli spettri del passato.

Arrivai a destinazione alle prime luci dell’alba, un timido sole iniziava a ridare i colori al mondo, le note del verde e del marrone primeggiavano su tutto interrotte da sprazzi di giallo, rosso e arancione, la strada si inerpicava sul fianco della collina girando intorno agli uliveti. Imboccai la stradina sterrata e parcheggiai la macchina sotto una delle grandi querce che delimitavano lo spiazzo di fronte all’ingresso principale.

Uscì dalla macchina e mi fermai un attimo ad ammirare il panorama, da quel punto si riusciva quasi a vedere il mare e se ne sentiva l’effetto sull’aria frizzante e profumata. Mi avviai verso l’entrata con il rumore familiare della ghiaia che scricchiola sotto la suola delle scarpe, aprì l’imponente cancello, essere famosi ha anche i suoi lati positivi, e imboccai il primo vialetto sulla destra, loro erano li che mi sorridevano, la lapide di marmo era ancora bagnata dalla rugiada mattutina e luccicava sotto i primi raggi del sole, mi accovacciai sui talloni e passai la mano sulle foto, non li avrei lasciati mai più soli.

Fine

La visita (Il viaggio)

La visita (Il risveglio)

Il suono si fece strada lacerando la coltre del sonno, lo squillo aumentò d’intensità strappandomi al nulla che mi aveva inghiottito. Cercai di allungare il braccio per alzare la cornetta, era incredibilmente pesante, con uno sforzo riuscì ad afferrarla ma le dita non fecero il loro dovere e quella cadde sul tappeto. Potevo sentire la voce registrata che, insieme ad una musichetta insopportabile, mi avvisava che era giunta l’ora di svegliarsi.

Rimasi immobile nel letto, non riuscivo a formulare nessun pensiero coerente, la testa mi faceva male: un pulsare sordo spezzava la linea delle mie idee, non riuscivo a riprendere coscienza fino in fondo. Le palpebre rifiutavano di obbedire all’ordine impartito dal cervello e continuavano a serrare gli occhi per regalargli ancora qualche istante di buio. Era come se le parti del mio corpo si fossero ribellate al loro aguzzino, le dita che mancavano la presa, le palpebre che restavano chiuse, la mascella serrata che sembrava voler stritolare i denti. Vista dall’esterno la scena doveva sembrare assurda, un corpo avvolto nelle lenzuola in lotta con se stesso, scosso da tremiti, ma comunque immobile, in balia della rivolta interna dei suoi organi.

Non so per quanto tempo rimasi in quello stato, ma alla fine le mascelle rassegnarono la resa aprendosi con uno schiocco e mollando la presa sui denti, piano piano ogni altra parte tornò a recitare il suo ruolo, obbedendo agli ordini impartiti attraverso le terminazioni nervose. L’unica cosa che era rimasta costante per tutto il tempo era il dolore alla testa, provai a muoverla, ma non c’era niente da fare, sia che la voltassi a destra, a sinistra o che rimanessi immobile, il martello interno alla tempie continuava il suo lavoro di demolizione della scatola cranica. Con uno sforzo disumano riuscì a mettermi su di un fianco e a far penzolare le gambe oltre il bordo del letto. Ormai il più era fatto, adesso bastava tirarsi su. Ma ancora una volta volontà e azione si divisero e rimasi steso su di un fianco, come un insetto arrovesciato che aspetta solo la fine.

Dovevo reagire in qualche modo, chiusi gli occhi e mi concentrai solamente sui miei movimenti, spingendo e tirando cercavo in ogni modo di alzarmi, annaspando con le braccia come un nuotatore in preda ai crampi. Alla fine mi ritrovai seduto sul letto, gli occhi fissi sulla cornetta da cui continuava ad uscire la musichetta della sveglia. Adesso non dovevo far altro che mettermi in piedi e prepararmi, visto che mi aspettava un lungo viaggio.

continua…

La visita (Il risveglio)

Ogni Sera

Ogni sera si sedeva al solito posto, proprio li, dietro alla grande quercia, si accoccolava nell’incavo creato da due enormi radici e aspettava. Dopo tutto quel tempo non aveva ancora capito se era più dolce quella lacerante attesa o il momento in cui lei sarebbe arrivata.

L’aveva scoperta per caso una sera che girovagava da solo, come sempre, l’aveva vista arrivare ed era rimasto li impietrito, incapace di fare qualsiasi cosa. Avrebbe voluto fuggire ma lei era così bella, sembrava quasi che lo chiamasse a se e lui si era lasciato prendere, avevano viaggiato per un tempo che gli era sembrato infinito, lei gli aveva raccontato i segreti dell’universo, non aveva usato la voce, ma in qualche modo lui adesso sapeva.

In paese tutti ridevano di lui, della sua deformità ma a lei sembrava non interessare, quando era con lei si sentiva amato e coccolato e la sera che gli aveva chiesto la sua anima non ci aveva pensato due volte.

Quando la vide arrivare il cuore gli si colmò di gioia e sentì il solito tepore avvolgerlo, la luce si avvicinò lenta e pulsante, adesso poteva quasi distinguere tutte le anime che le davano l’energia necessaria per viaggiare. Fù una sensazione strana, ebbe come l’impressione di vedere qualcosa staccarsi dal suo petto ed un attimo dopo si ritrovò ad osservare un deforme, vuoto, guscio di pelle, l’aveva sempre odiato, era solo un’ancora che gli impediva di volare, ma adesso, visto da li gli faceva solo una gran tenerezza, la luce lo prese dentro di se, pulsò ancora una volta e poi scomparve.

Trovarono il suo corpo la mattina dopo, ancora li nell’incavo della quercia, nonostante fosse morto sembrava la persona più felice del mondo.

Ogni Sera

Because of you

A causa tua non riesco a smettere di ascoltarti, a causa tua, nonostante tu non sia diversa da tante altre, è difficile spiegare quale sia il meccanismo, l’alchimia, forse la voce, forse la chitarra, forse quella cassa che ti martella nel petto, non lo so.

Ci sono delle canzoni che ti entrano così dentro, in profondità che non puoi far altro che ascoltarle e riascoltarle, ne senti quasi la mancanza, una droga sonora che da assefuazione, che è in grado di modificare la percezione del mondo circostante, che entrano in sintonia e si legano con il tuo sentire e ti basta chiudere gli occhi per ritrovarti in un mondo che è solo tuo.

I soliti elementi sentiti e risentiti che si presentano in nuove combinazioni, il riff di chitarra e di basso aprono la strada alla voce calda, sinuosa, che ti accarezza leggera e poi la pulsazione della cassa a scandire il passare del tempo, il charlestone a solleticare le orecchie fino al crescendo del ritornello, come una marea che ti sale dentro, una muraglia sonora dove le onde non ti bagnano ma ti investono con la stessa forza, schizzi di chitarra si mescolano alla voce tormentata e il frastuono dell’onda è la batteria, un mulinare di rullante, cassa e tom e i brividi non sono di freddo ma di piacere puro.

E’ un po come innamorarsi ogni volta, può essere un colpo di fulmine o un amore lento, di quelli che crescono piano piano, un pezzetto alla volta, ascolto dopo ascolto, un amore che si lega indossolubilmente ad un periodo della tua vita e si porta con se emozioni, ricordi, sensazioni il tutto racchiuso nelle vibrazioni che ti scorrono sotto la pelle e quando pensi di aver capito il meccanismo, la formula, ti ritrovi innamorato di qualcosa di completamente diverso.

La musica è questo, un catalizzatore di emozioni in grado di trasformarsi nella materia dei sogni, dei desideri, degli incubi, della disperazione, delle speranze, una vibrazione magica che attraverso le orecchie ti si riversa dentro entrandoti in circolo, depositando i suoi semi ovunque, semi che continueranno a germogliare e fiorire anche dopo anni.

Because of you

Il cappuccino perduto

Eccomi di nuovo sul treno, anche se avevo deciso di farmi tutto agosto in macchina alla fine il richiamo delle ffss è stato più forte.

La scusa ufficiale è stata l’aumento del traffico con la conseguente difficoltà a trovare parcheggio, ma la verità è che mi mancavano i viaggi in treno, mi mancava il gelo condizionato della mattina, il caldo sahariano della sera, l’odore di decomposizione e il sudiciume delle carrozze, la mancanza totale di informazioni e sopratutto i ritardi.

Così stamattina mi sono alzato alle sei per prendere il regionale delle sei e quarantatre: arrivo in stazione e vedo che il mio treno è segnalato con mezz’ora di ritardo. Il vecchio me a questo punto avrebbe iniziato un mantra interiore di bestemmie purificatrici, invece il nuovo me fa spallucce e decide di approfittarne per fare colazione in attesa del regionale delle sette e zerootto.

Così vado al bar della stazione e ordino cappuccino e brioche. Addento soddisfatto la brioche alla marmellata e chiedo il cappuccino al barista, intanto vedo un treno arrivare sul binario tre, essendo le sei e quaranta non può essere quello delle sei e quarantatre, che ha mezz’ora di ritardo, ma nemmeno quello delle sette e zerootto, do un altro morso dubbioso alla brioche quando dall’altoparlante una voce umana, quella sintetizzata deve essere in ferie, annuncia che il treno delle sei e quarantatre è in partenza dal binario tre.

Cazzo! Esco dal bar senza aver neanche visto il cappuccino e corro verso il binario, intanto il vecchio me ha sputato in faccia al nuovo e sta cantando allegramente la sua litania di bestemmie. Alla fine, grazie alla ferrea preparazione fisica e mentale a cui mi hanno sottoposto quando ero alla tana delle tigri, riesco a prendere il treno e mantenere l’autocontrollo.

Adesso sono comodamente seduto nel mio seggiolino azzurro-marrone chiazzato di macchie di cui è meglio non sapere l’origine e mi conforta il pensiero che in un paese come questo, dove non hai punti di riferimento, dove non puoi fidarti delle promesse di nessuno ci sia un punto fisso, un faro nella nebbia, le nostre care, vecchie, disastrose ferrovie dello stato.

Puoi stare un giorno, una mese o un anno senza prendere un treno e hai comunque la certezza che quando lo prenderai di nuovo non sarà cambiato niente, perché qui alle ffss non funziona un cazzo ma non funziona bene…

Il cappuccino perduto

Luminara

Stasera a Pisa ci sarà la luminara di San Ranieri. I lungarno si spengeranno e dalle finestre illumineranno la notte migliaia di ceri e lumini.

Ci sono delle mattine in cui la nostalgia arriva, te la trovi accanto come un’amica che ogni tanto viene a trovarti e ti racconta le sue storie, storie viste dai tuoi occhi, un passato condiviso, a volte filtrato e distorto da quello che vorresti fosse stato.

I bei ricordi fanno così, si addolciscono con il tempo, acquistano sfumature e ogni volta che li guardi sembrano più belli della volta precedente.

Siamo così presi dai vortici delle nostre vite da dimenticarci la ragione, il motivo per cui ci affanniamo tanto. Le settimane volano via una dopo l’altra, una uguale all’altra. La sveglia, il viaggio, l’ufficio, di nuovo il viaggio e sei a casa che è gia sera.

Ti rendi conto che le parti più importanti della tua vita sono li, lo leggi nel sorriso di tuo figlio che si allarga quando ti vede, nella sua voglia infinita di giocare, di costruire mondi fantastici, cerchi di misurarlo con gli occhi e ti rendi conto che la maggior parte del suo tempo ti scivola via dalle mani.

E’ allora che ti chiedi il senso di tutto questo correre, ti senti schiavo delle tue aspettative, delle tue paure, ti rendi conto che le cose belle sono li, che forse ti sentiresti più realizzato a passare le giornate con tuo figlio, a scoprire il mondo insieme a lui, piuttosto che a dare la scalata al fantastico mondo dell’IT.

Se riesci a fermarti un attimo ad ascoltare puoi provare a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, puoi farti raccontare dove va a finire il sole, scoprendo che lo fa sorgere lui dalla sua pancia per illuminarti la strada quando vai a lavorare, puoi ritrovare la capacità di entusiasmarti per le piccole cose, di lasciarti sorprendere da quanto possa essere semplice il mondo visto dai loro occhi, senza segreti, senza complicate leggi fisiche.

Lodi, il treno si riempie, è la realtà che irrompe nei miei pensieri, strappandomi alle mie riflessioni solitarie. Mi accorgo solo ora che l’aria condizionata è accesa, fa quasi freddo. Per chi viaggia in treno è normale, freddo la mattina e caldo asfissiante la sera.

Cerco elementi familiari nel paesaggio proiettato fuori dai finestrini, ma non è facile avere punti di riferimento in questa campagna piatta che si ripete tutta uguale. Sembra quasi uno di quegli sfondi che usavano nei film in bianco e nero per dare il senso del movimento.

Chissà! forse una mattina sentirò la voce del regista che urlerà “buona la prima” e tutti ci alzeremo soddisfatti del nostro lavoro. Gli attrezzisti inizieranno a smontare i fondali, le comparse si ripasseranno le loro parti e io dovrò cercare il mio copione per sapere cosa mi aspetterà nelle prossime scene.

Il vagone vibra, sembra quasi che stia per rompersi, quando fa così mi viene da chiedermi se sia veramente in grado di sopportare questa velocità.

Forse farei meglio a dormire, mi sembra che la matassa dei miei pensieri sia composta da migliai di fili colorati. Quando inizio a seguirne uno non so mai di che colore sarà il successivo. Capita a volte di partire con giallo intenso per passare ad un rosso e poi ritrovarsi con un nero.

E’ impossibile conoscere la sequenza dei colori, spesso non riesco nemmeno a decidere con quale partire. La matassa è li e inizia a dipanarsi da sola, vedo un filo che esce e lo seguo, senza sapere quanto sarà lungo, se si srotolerà senza rompersi, se ci saranno dei nodi e quanti altri fili ci saranno attaccati alla sua fine.

Rogoredo, il filo si è rotto e ne riparte un altro, ormai siamo quasi arrivati, guardo la traccia blu dell’inchiostro sulla pagina, la fotografia dei miei pensieri e cerco di leggere sul mio copione cosa mi aspetta per la prossima scena…

Luminara

Pensieri in viaggio

Pensieri, flusso costante, in continuo movimento, sembra che ogni istante si dilati nello spazio e nel tempo. Si può misurare il viaggio in pensieri? In migliaia di pensieri.

Gli occhi non fanno altro che correre in ogni direzione, uno schermo che funziona al contrario, raccolgono, scrutano, forniscono la materia prima. Istanti di viaggio che vanno ad ammucchiarsi: impressioni, facce, colori, voci, suoni.

Un turbinio unico, una girandola di informazioni senza soluzione di continuità, senza un nesso apparente.

Corpo sottile, esile, carnagione scura, occhi e capelli neri come la notte, sarà alta si e no un metro e sessantacinque, non è la prima volta che la vedo.

L’ultima volta era seduta accanto a me, di fronte aveva un ragazzo, vent’anni non di più, gli aveva tenuto il posto. E’ buffo come sia facile vedere l’amore negli occhi di una ragazza quando non sei innamorato di lei. Quando non hai il cuore che ti batte dentro le orecchie, quando i tuoi pensieri seguono il lento e normale flusso delle tue pulsazioni.

Te ne accorgi, è così evidente, sembra quasi avercelo scritto sulla pelle. Il modo in cui lo guarda, in cui gli sorride, l’imbarazzo palpabile del gioco delle parti.

Riesci a vedere come si sondano, cogli tutti i piccoli segnali di apertura e invito, segnali che spesso non vedi quando sono rivolti a te, perché allora li filtri con il dubbio, con la paura, la paura di mettere a nudo i tuoi sentimenti.

Intanto il treno continua il viaggio indifferente a quello che succede nella sua pancia.

Nonostante sia giugno il cielo è gonfio di pioggia, nubi stanche si portano dietro il loro carico, scure, pronte a inondarci dissolvendosi in milioni di gocce per dissetare la terra arida.

Il paessaggio scorre familiare, ma anche dopo quasi un anno è possibile cogliere qualcosa di indefinito, qualcosa che ti sembra non avere mai notato prima, ma forse è solo una sensazione, un inganno degli occhi.

Guardo ancora le nubi e non posso fare a meno di chiedermi quanta strada hanno fatto e quanta ne faranno ancora. Forse viaggiando in mezzo a loro si potrebbe riuscire a non cogliere i segni della presenza dell’uomo, niente tralicci, niente cavi, niente sacchi di spazzatura, niente auto, solo il rumore del vento.

Capelli scuri, occhiali da sole grandi che le coprono completamente gli occhi. Ha parlato per un eternità al telefono, quasi urlando, anche con le cuffie riuscivo a sentire brani di conversazione. Mi fa sempre uno strano effetto sentire la gente urlare al cellulare.

Sarà perché a me viene sempre da abbassare la voce, so che è strano ma mi sembra che sia un po come farsi vedere in mutande, come mettere in mostra una parte intima di fronte ad una miriade di sconosciuti, una forma di esibizionismo, a volte anche ostentata.

Ecco il controllore, il biglietto è nello zaino, mi sono alzato per niente si fida.

La mia fermata si avvicina, la ragazza di fronte a me è di nuovo al cellulare. Questa volta è stata una cosa veloce.

Santo Setfano Lodigiano, un marciapiede con un cartello, stazione bonsai. I piloni dell’autostrada sembrano quasi dei corpi estranei nel verde della campagna, ma sono anche il segnalibro che mi avvisa che il viaggio è quasi giunto al termine…

Pensieri in viaggio

La bella e la bibbia

Sono le 6 e 50 ma fa già caldo, l’afa si affaccia, sembra filtrare dai finestrini insieme alla luce del sole.

Lui giacca grigia con una fantasia di quadri viola scuro e azzurro, camicia a righe azzurre e bianche, cravatta arancione, sui sessanta, le spalle ingobbite dal peso della vita e uno sguardo perennemente sorpreso. Sembra un bambino al primo viaggio in treno.

Arriva lei, si siede accanto a lui di fronte a me, capelli lisci lunghi sulle spalle e castani come gli occhi. Pantaloni verde scuro e giacca verde più chiaro, sotto un top bianco incrociato, sul viso una spolverata di lentiggini che si vedono appena. Sopracciglia folte, bocca piccola e ben fatta.

Il treno parte, lei si addormenta, i lineamenti del viso rilassati dal sonno, lui la guarda e ogni tanto guarda me, si starà chiedendo cosa scrivo, o forse cerca solo un cenno di intesa.

Siamo quasi a Lodi, lei si sveglia, tira fuori dalla borsa un voluminoso astuccio di pelle, deve contenere qualcosa di prezioso.

Lo apre, dentro c’è una bibbia, una di quelle con la copertina verde sottile, le pagine che sembrano quasi di carta velina segnate dal nero dell’inchiostro con dei titoli rossi che fanno capolino qua e la.

Lui la fissa sbalordito, quasi avesse tirato fuori una pistola, poi guarda di nuovo verso di me.

Lei legge, la testa piegata in avanti, i capelli che le coprono il viso, sembra assorta in una muta preghiera.

Lui sembra a disagio, continua a fissarla, e ogni tanto lancia un occhiata verso di me, quasi a cercare un alleato che trovi la circostanza strana quanto la trova lui.

Rogoredo, stazione di Rogoredo, la voce elettronica stona non poco in quei vagoni sporchi che hanno un odore indefinito, sembra quasi che siano loro a sudare. Fa caldo alzo la testa e chiedo “scusate vi dispiace se apro il finestrino?”

Il tipo si riscuote dal suo intorpidimento, lei alza gli occhi dalla bibbia e insieme mi danno il permesso, la situazione non cambia, si prospetta ancora una lunga giornata…

La bella e la bibbia

Post riservato ai Toscani

Io sono totalemente, innegabilmente e irreversibilmente Toscano, nato in Toscana da genitori Toscani a loro volta generati da Toscani.

Se prendete il mio codice genetico vedrete che le sequenze di codoni sono le ben note

MAR EMM AMA IAL AAA

I miei neuroni non si scambiano impulsi elettrici fra le sinapsi ma si bestemmiano contro per attivarsi.

I miei globuli rossi oltre a trasportare l’ossigeno c’hanno sempre dietro una fiaschettina di chianti, giusto per non perde l’abitudine, e quando sono nervoso o mi fanno incazzare esce fuori la mia attitudine alla volgarità, al turpiloquio, in poche parole esce fuori il Pisano di campagna che è in me.

Ebbene si lo confesso, sono un Pisano mannaro ma invece della luna piena ciò che innesca la trasformazione è il giramento di coglioni, quando mi altero perdo il controllo e il mio eloquio forbito e degno di un lord dello yorkshire fiorisce di espressioni auliche come porca puttana, maremma maiala, vaffanculo, ir budellaccio della tu mamma e simili.

Sarà perché sono cresciuto in una terra di bestemmiatori, dove la bestemmia perde il suo connotato di offesa al signore e si trasforma in rafforzativo, in punteggiatura, inserita fra le frasi ad arte, quasi non te ne accorgi se non fai bene attenzione al discorso.

Sarà perché i miei orecchi hanno udito bestemmie che voi umani non sareste in grado neanche di immaginare, ho conosciuto artisti che erano i Mc Giver della bestemmia perché in grado di ricavare offese al signore, alla madonna, a gesù e ai santi utilizzando parole che per la maggior parte delle persone risultano inoffensive.

Sarà perché sono nato e cresciuto nella regione che è il buco nero della democrazia in occidente, anche se io credevo che fosse famosa per essere stata la culla del rinascimento.

Sarà perché ho avuto la fortuna di avere a portata di occhi il bello che l’uomo e la natura sono in grado di creare:

Le pause pranzo all’università stesi sull’erba di piazza dei miracoli girovagando fra il battistero, il duomo, la torre pendente e il cimitero monumentale.

San Gimignano, immersi nel passato che affiorava da ogni vicolo, da ogni pietra, passeggiando all’ombra delle torri.

Volterra appolaiata sul suo colle, alabastro e astiludio.

Le dolci colline pisane fra campagna e mare, macchie di giallo grano e verde smeraldo.

Le distese di vigne sonnecchianti sotto il sole.

Gli scogli di calafuria a picco sul mare, la cala del leone con le onde che ti rotolano sulla spiaggia.

E poi Firenze, Siena, la maremma, i boschi di castagni, le isole, insomma la Toscana.

Sarà che quel comunista del mi Babbo, che c’ha sempre detto che quella carne tenera che si mangiava era agnello, m’ha trasmesso valori come l’onestà, il rispetto e l’uguaglianza e cosa altrettanto importante a pensacci bene a aprì bocca prima di sparà cazzate.

Sarà che a volte la vita ti riserva mille sorprese e ti ritrovi sposato con un figliolo a vivere in Emilia Romagna e sei costretto ad andare a lavorare a Milano, uscendo di casa alla 6 e 20 di mattina e tornandoci la sera alle 20.

Sarà tutto un insieme di cose, ma quando sento sparare delle cazzate grosse, ma grosse iniziano a girarmi i coglioni e parecchio e allora esce il Pisano mannaro.

Insomma io mi dovrei fà più di du ore di viaggio per andà a lavorà, pagà biglietti salati alle ferrovie, spende parte dei soldi che guadagno per mangià e movimi a Milano e se prendo la metro devo lascià anche il posto libero ai Milanesi?

Salvini?! Ma vaffanculo va…

Post riservato ai Toscani

Impressioni di viaggio 2

Finalmente un po’ di sole, timido, sento appena i suoi raggi portati via da questa brezza che entra sotto i vestiti.

Le solite facce, le solite espressioni, anche il solito controllore.

Le macchine sfrecciano veloci sull’autostrada rimandando riflessi dorati.

Nubi grige rotolano stanche.

Il fiume, minaccia marrone, gonfio fino all’inverosimile sembra quasi lanciare il suo avvertimento mentre gli passiamo sopra.

La campagna, ancora umida, macchie di verde smeraldo e marrone.

Vagoni abbandonati, binari morti, erba che si infiltra, conquista.

Codogno, il marciapiede crepato, è vietato oltrepassare la linea gialla.

Il sole taglia il vagone, lampi di luce illuminano le poltroncine sporche cambiandone il colore come in un caleidoscopio di intensità.

Spazzatura abbandonata ai bordi delle strade, sacchetti colorati che vomitano fuori il loro carico di sporcizia sopra ai campi.

Viottoli, pantani, acqua ovunque, quasi filtrasse da sotto la terra.

I vetri vibrano, è un attimo, una macchia scura ci sfreccia accanto.

Una ragazza corre dietro al suo cane, macchia blu che si sposta lenta rompendo la monotonia dei campi.

Un cimitero mostra la sua nuova faccia, grigio cemento armato che si unisce al vecchio muro di cinta rosso mattone, sembra quasi un vecchio che si appoggia al bastone per stare in piedi.

Case e ancore case, condomini, gialli, marroni, arancioni, muri scrostati, comignoli, parabole.

Una fabbrica abbandonata, finestre rotte, polvere che si rincorre.

Lodi, gente che sale, studenti, operai, impiegati. Scrutano i posti, scegliendo attentamente, chissà quali sono i parametri di giudizio.

Polacchine marroni, pantaloni blu di cotone, gilet blu, camicia azzurra, occhiali ovali con montatura di metallo, stempiato. Sguardo stanco, viaggiatore solitario come me, sistema il black berry nel taschino della camicia e si mette l’auricolare nell’orecchio.

Un cisterna dell’acqua svetta in lontananza, fungo bianco gigante che cresce fra gli alberi.

La nube azzurrina di smog annuncia Milano, una nuova lunga giornata…

Impressioni di viaggio 2